“La linea verticale” racconta la malattia in modo realistico {serie tv}
Desiree Mantovano
La linea verticale è una serie intensa e sorprendente, capace di raccontare la malattia con ironia, profondità e umanità. Ispirata all’esperienza di Mattia Torre, intreccia dolore e speranza con una narrazione sincera e potente. Una riflessione sulla vita, la fragilità e la forza di rinascere.
Per la serie “ti consiglio una serie”, oggi, nell’area Parole Altrui, vi beccate una recensione di una serie tv vista qualche tempo fa che però mi ha colpito particolarmente. La linea verticale è una fiction RAI che ho apprezzato particolarmente per la sua capacità di combinare il dramma con momenti di ironia e leggerezza, dipingendo un quadro realistico e toccante della vita in un reparto oncologico di un ospedale pubblico italiano.
La trama de “La linea verticale” in breve
La linea verticale è una serie televisiva italiana del 2018, diretta da Mattia Torre e ispirata alla sua esperienza personale. Racconta la storia di Luigi, interpretato da Valerio Mastandrea, un uomo di quarant’anni che si ritrova improvvisamente a combattere contro un tumore, due mesi prima della nascita del suo secondo figlio.
Il ritmo narrativo è rapido, con episodi di circa 25 minuti che riescono a trasmettere un’ampia gamma di emozioni, dal dolore alla speranza, passando per l’assurdità e la bellezza della vita quotidiana.
Questo dramedy ha avuto la capacità di raccontare perfettamente, secondo me, la sofferenza della malattia, ma anche il lato umano delle relazioni che si instaurano in ospedale. Nella narrazione di questa serie, Luigi si aggrappa a due “cuori pulsanti”: sua moglie incinta del suo secondo figlio e il chirurgo che lo opera, un medico empatico e dedito, lontano dallo stereotipo del primario arrogante. La serie esplora come la malattia possa diventare un’opportunità per crescere, imparare e persino trovare redenzione.
Oltre la recitazione, oltre la storia: il modo in cui si racconta
Vivere una malattia è diverso da essere malati.
Quando si è malati, si aspetta sempre di guarire. Nel primo caso, invece, si sa per certi che quella ti accompagnerà per tutta la vita, anche quando alla fine si guarisce, anche quando quel tumore va via, perché la malattia diventa tua amica, tua compagna di vita, una costante. Quando si vive una malattia, tu non sei la malattia, ma lei è sicuramente te ed è per questo una parte di te sarà per sempre legata a ciò che hai vissuto quando c’era lei o quando, se c’è ancora, i suoi sintomi si manifestano.
Questo tumore mi ha salvato la vita. Senza questo tumore sarei senz’altro morto
Valerio Mastandrea – Luigi in “La linea verticale”
Che frase potente quella di Luigi. Mi ha fatta riflettere tantissimo e, ricollegandomi a quello che dicevo prima, rafforzo il concetto: certe cose accadono per farti apprezzare ancora di più la vita, anche se per un attimo (o forse un po’ di più) ti sembrerà che il mondo ti stia crollando addosso e che tutte le certezze siano state di colpo cancellate. E invece…
Luigi – Ho un tumore al rene. Medico – Sì, ma i reni sono due, e l’altro sta bene. Luigi – Mi hanno tolto la milza. Medico – A un paziente l’altro giorno hanno tolto un polmone. Luigi – Mi sento male, ho la nausea, non mi reggo in piedi. Medico – Potevi essere in coma. Luigi – Sono in coma. Medico – Ti è andata bene. Potevi essere morto. Luigi – Sono morto. Medico – Sì, ma nel tuo paese non c’è la guerra. Luigi – C’è la guerra nel mio paese. Medico – Ma molti dei tuoi amici e familiari ancora non sono stati bombardati. Luigi – Ho un tumore al rene, non mi sento bene, nel mio paese c’è la guerra e parenti e amici sono tutti morti. Medico – Sì. Ma oggi c’è il sole.
…perché la vita continua, perché sei vivo, vai avanti e non lamentarti.
Speranza & resilienza
Nonostante il contesto tragico, La linea verticale riesce a trasmettere un messaggio di speranza. La serie invita lo spettatore a riflettere su come affrontare le difficoltà e a vedere nella malattia non solo un nemico da sconfiggere, ma anche una possibilità di riscoprire se stessi e le proprie priorità.
Se non l’hai ancora vista, devi vederla: è profonda ed è capace di trattare temi difficili con un tocco di leggerezza e umanità, mantenendo sempre uno sguardo sincero e compassionevole sulla realtà ospedaliera.
Questa serie è una rappresentazione toccante della resilienza umana, resa ancora più intensa dalla visione calda e romanzata di Mattia Torre. Un must per chi cerca una storia che, pur nella sua tragicità, riesca a far sorridere e a far riflettere sulla bellezza della vita.
Vi riporto qui, il monologo di Mastandrea. Trattenere le lacrime è stato difficile.
Io sono contento di stare qui. Prima di ammalarmi mi ritenevo indistruttibile, ma se devo essere sincero la mia vita non girava bene. Se mi fossi ascoltato di più, avrei sentito che qualcosa non andava. La malattia è arrivata in maniera esplosiva, deflagrante, ha cambiato tutto. E anche se è difficile ammetterlo, ha cambiato tutto in meglio. Mi ha aperto gli occhi, la testa, il cuore. Ora ho nuovi desideri: voglio essere centrato, voglio stare in piedi, voglio vivere in asse su una linea verticale. Non voglio avere paura, perché la paura ti mangia e non serve a niente. Voglio pagare le tasse con gioia, perché un ospedale pubblico mi ha salvato la vita senza chiedermi nulla in cambio. Voglio guardarmi intorno, e vivere tutto quello che è possibile con generosità e vitalità. Questo tumore mi ha salvato la vita. Senza questo tumore sarei senz’altro morto.