Qualche giorno fa, ho fatto una cosa che non avrei dovuto fare: sono uscita di casa in tuta, con 5 gradi fuori, percipeto 1. Non avrei dovuto per due motivi: un sistema immunitario fragile come un vaso di cristallo in bilico sul bordo di un mobiletto e la seconda presentazione di “Posso offrirti un caffè?” che farò domani a Foggia. Qualche giorno fa ho fatto una cosa che non avrei pensato di fare: piangere.
Piangere correndo per essere più forti
Riesco a rinunciare a tante cose, senza problemi, ma alla corsa, proprio no. La corsa mi fa sentire libera, forte, capace, caparbia, utile, amata, viva, a casa. Ho corso con questo cielo sulla testa; mentre correvo non avevo freddo: i muscoli sotto la tuta si erano riscaldati a furia di correre, ma l’aria gelida si era attaccata alla pelle dall’esterno. Era una bella sensazione.
Poi ho sentito una stretta alla gola, tipo come quando vuoi piangere, ma non puoi e trattieni e fa male, esattamente cosi davanti a questo temporale all’orizzonte che mi stavo lasciando alle spalle a metà del terzo giro di villa. Comfortably Numb risuonava nelle orecchie e quel magone in gola pesava sui polmoni, mentre l’aria fredda entrava dal naso e li andava a trovare.
E me lo sono portata dietro per tutto il terzo giro, cresceva a ogni passo sempre di più, perché insieme ai passi, si accavallano anche i pensieri e le cose che taciamo, facendole scivolare nella quotidianità perché siamo troppo impegnati a fare cose, lavorare e fingere che tutto va bene, quando forse non è proprio così. Cresceva dentro di me, quasi volesse scoppiare, ma io non volevo.
Piangere sotto la pioggia è intimo e liberatorio
Il cielo era coperto, la pioggia ancora non era ancora arrivata, era ancora all’orizzonte, non sarebbe arrivata: mentre iniziavo il quarto giro, una luce calda ma debole si faceva spazio tra gli alberi. Salendo dal primo verso il terzo viale, il cielo era cambiato, come cambia l’umore, come passano i giorni, come passano i malumori, i brutti momenti, per fare spazio alle cose belle. Ecco, allora non ce l’ho fatta più e per quanto possa sembrare stupido, ho pianto, mentre correvo, davanti ai colori dell’arcobaleno, davanti a tutto questo e se mentre correvo mi sentivo grande, di colpa mi sono sentita piccolissima e parte del tutto. Qualcuno o qualcosa stamattina mi voleva lì, non era il caso, non era il destino, non so chi fosse, ma doveva accadere.
Sulle note di Shine On you Crazy Diamond, mi allontanavo dall’arcobaleno. Coincidenze? Non so, io credo che l’universo mi volesse lì in quell’esatto momento, per insegnarmi ancora una volta qualcosa: lascia andare, calma, placa i pensieri, rallenta, che il buio sparisce e torna la luce.
Con alle spalle l’arcobaleno, mentre piangevo, pioveva. E mentre mi liberavo dalla pioggia che avevo dentro, pioveva sempre più forte. È stata una cosa bellissima, sentita, intima e ora lo sapevo, ne ero certa, che sarebbe uscito il sole.
Piangere serve eccome!
Chissà com’è nato, mi domandavo, quel folle stereotipo secondo il quale piangere è da fragili, da deboli. Chi l’ha detto? Perché le lacrime sono “da deboli”? Perché ci si mette a nudo, perché ci si mostra senza maschera e non ci si vergogna di paure e ansie?
Io non so dirlo, so solo che prima lo facevo regolarmente. Piangere, intendo. Poi non so cosa è accaduto e ho iniziato a trattenere così tanto tutto, che mi sono accorta solo tempo dopo che non stavo bene. A furia di rispondere a quel desiderio di scoppiare a piangere reprimendo e non assecondandolo, mi sono ritrovata piena di cose inesplose. Il problema degli ordigni inesplosi è che basta un passo sbagliato, un momento sbagliato a distruggere tutto.
Vivendo pienamente, apprezzando le piccole cose, lasciandomi anche andare a volte, accettando i momenti no, attraversandoli senza allontanarli, per diventare parte del processo che serve per crescere, facendo anche terapia (e serve!), ho imparato anche a non trattenere le lacrime. Perché farlo?
Lacrime come fiume
Mi è già capitato due volte, nell’arco di pochi giorni: venerdì quando non riuscivo a far ripartire la macchina, sabato quando ho visto i colori dell’arcobaleno. E ho pensato, allora, quanto fosse buffo costruire castelli su questa cosa così naturale com’è piangere, quando si può farlo per tenerezza, per gioia, per disperazione, sì, ma anche perché è troppo difficile tenere tutto dentro, perché si ha voglia di lasciarsi andare.
Piangi senza vergognartene, ogni volta che vuoi, che sia da sola o davanti a chicchessia
Le lacrime non sono mai segno di debolezza: sono il modo in cui scegliamo di alleggerirci. Ci portano via quello che ci appesantisce, ci rimettono in contatto con le nostre verità, ci lasciano più leggeri, più autentici. Piangere è lavar via tutto, schiarirsi, non è cancellare ma vedere le cose del mondo con occhi nuovi.
A volte ci vuole coraggio per permettersi di essere fragili, per lasciar cadere le maschere e ammettere a noi stessi che non siamo invincibili. Ma in quella fragilità c’è una forza inaspettata, un’energia che ci permette di attraversare anche i momenti più bui. E ogni lacrima versata è un passo avanti, un passo verso il sole che sai che è lì, dietro le nuvole, pronto a splendere in una bellissima e nuova giornata di sole.
Perché alla fine, è proprio come quando corriamo: piangere ci fa andare avanti. Ci costringe a rallentare per un attimo, ad ascoltare il nostro cuore e poi a ripartire, più leggeri, più veri, più vivi.



