Ci sono storie che, sotto la superficie di poteri straordinari e apocalissi imminenti, parlano di noi più di quanto vorremmo ammettere. The Umbrella Academy non è solo una serie su supereroi disfunzionali, è una storia sull’amore che si cerca senza trovarlo mai del tutto, sui legami che resistono nonostante tutto e sulle cicatrici che ci portiamo dietro.
L’ho guardata senza aspettative, convinta di trovarmi davanti all’ennesimo show con personaggi eccentrici e combattimenti spettacolari. Ma ho trovato molto di più. Ho trovato il caos dell’essere umano, la solitudine anche in mezzo agli altri, la difficoltà di appartenere. Perché The Umbrella Academy non è solo la storia di sette ragazzi con poteri, ma di sette bambini non amati, cresciuti con la convinzione di dover essere speciali per meritarsi un posto nel mondo.
The Umbrella Academy: una famiglia spezzata prima ancora di nascere
Il cuore della serie è la famiglia Hargreeves. Sette bambini nati lo stesso giorno da madri che, fino al momento del parto, non sapevano nemmeno di essere incinte. Sette bambini raccolti da un uomo che non voleva essere un padre, ma un allenatore, un burattinaio, un creatore di eroi.
Non figli, ma esperimenti. E così, questi bambini straordinari sono cresciuti senza la possibilità di essere normali. Reginald Hargreeves non ha dato loro nomi, ma numeri:
- Uno (Luther): il soldato fedele, il figlio perfetto che non sa essere altro.
- Due (Diego): il ribelle che vuole essere visto, riconosciuto, accettato.
- Tre (Allison): la ragazza che può ottenere tutto, ma che non ha mai avuto quello che conta davvero.
- Quattro (Klaus): il più fragile e il più forte, il sopravvissuto che si rifugia nei fantasmi, il mio preferito.
- Cinque: il genio intrappolato nel tempo, troppo vecchio per essere giovane, troppo giovane per essere ascoltato.
- Sei (Ben): il fratello che non c’è più, ma che resta comunque.
- Sette (Vanya): la dimenticata, la trasparente, quella a cui hanno fatto credere di non essere niente.
Ecco, The Umbrella Academy è tutto qui. Una famiglia che non è mai stata una famiglia. Fratelli che sono cresciuti insieme, ma che non sanno toccarsi davvero. Persone che si amano in modo sbagliato, che non sanno dirselo, che si feriscono senza volerlo. Non c’è calore in casa Hargreeves. C’è un vuoto che ognuno di loro prova a riempire come può. E poi, come se il trauma infantile non bastasse, c’è un’apocalisse da fermare. Sempre.
Il tempo e le scelte che ritornano sempre
Forse è questo che più mi ha colpito della serie: il tempo. Non il tempo nel senso del viaggio temporale (che pure è centrale), ma il tempo che scorre e ci costringe a fare i conti con quello che siamo stati e con quello che non abbiamo mai smesso di essere. Dico “ci” perché in questa storia ti rispecchi, ci entri subito, ti ci ritrovi.
Ogni stagione di The Umbrella Academy gioca con il tempo in modo diverso, ma alla fine la dinamica è sempre la stessa: cercano di sfuggire al loro “destino”, di correggere gli errori, di riscrivere la storia. Ma finiscono per tornare sempre al punto di partenza. Ed è così anche nella vita, no? Possiamo cambiare città, lavoro, relazioni. Possiamo convincerci di aver superato qualcosa, di essere cresciuti, di non essere più quelli di prima. Ma poi, quando meno ce lo aspettiamo, qualcosa torna a galla. Un trauma, una paura, un legame irrisolto. E ci accorgiamo che forse, alla fine, non è il tempo che torna indietro, siamo noi che non siamo mai davvero andati avanti.
Cinque, il personaggio che più di tutti è ossessionato dal tempo, è la prova vivente di questa condizione. Corre avanti e indietro, cerca di risolvere le cose prima che accadano, di prevedere tutto, ma ogni tentativo è vano.
Forse il messaggio più forte di The Umbrella Academy è proprio questo:
Non importa quanto cerchiamo di sfuggire a ciò che siamo,
certe cose ci troveranno sempre.
Il peso dell’abbandono: Klaus e Vanya, le due anime perdute
Se c’è un personaggio che mi ha spezzato il cuore, è Klaus. Lo guardi e pensi che sia solo l’anima della festa, quello che prende tutto alla leggera. Ma poi vedi il vuoto che lo accompagna, la paura di sentire troppo, la voglia di spegnere tutto.
In Vanya, invece, ti rispecchierai sempre, potrà farlo ognuno di noi guardando questa serie, perché Vanya sono io, sei tu che stai leggendo questo articolo, ma io sono certa che lo siamo un po’ tutti quando ci fanno credere di non valere abbastanza. Quando il mondo ci convince che non abbiamo niente di speciale, che dobbiamo restare in disparte, che non siamo abbastanza. Fino al giorno in cui tutto esplode. E la verità è che spesso si diventa pericolosi non perché si è cattivi, ma perché si è stati invisibili troppo a lungo.
Perché guardare The Umbrella Academy?
Perché è molto più di una serie sui supereroi o un viaggio tra universi paralleli. È una storia che parla di famiglia in un modo crudo, reale, imperfetto, un viaggio dentro noi stessi. Ci ricorda che il tempo non guarisce le ferite, ma solo noi possiamo farlo.
E perché, in fondo, ognuno di noi ha una propria Academy da cui ha provato a scappare, prima o poi.



