La verità è che non mi aspettavo di imparare tanto. Pensavo di entrare nelle pagine per osservare da fuori e invece mi sono ritrovata a condividere le brande, le pause d’aria, i silenzi pieni di parole. Goliarda Sapienza non scrive per raccontare una storia. Con L’Università di Rebibbia, Goliarda Sapienza scrive per coinvolgere, per ribaltare prospettive, per ricordare che anche nei luoghi più bui può esserci luce. E non una luce qualsiasi: la luce del pensiero, della comprensione, dell’umanità.
L’Università di Rebibbia non è solo una storia vera.
Il romanzo – che è anche un memoir, un diario, una testimonianza – prende vita dall’esperienza reale dell’autrice, incarcerata a Rebibbia negli anni Ottanta. Non per un delitto, ma per un’accusa legata a una truffa di eredità, un episodio mai del tutto chiarito. Ma la colpa, qui, è quasi marginale. Perché ciò che conta, in questo libro, è cosa succede dentro. Dentro il carcere, certo. Ma soprattutto dentro le persone.
Goliarda entra in carcere e scopre che quel luogo, così carico di stigma e pregiudizio, è un contenitore di storie vere, vive, crude, incredibilmente umane. Tra ladre, prostitute, detenute per reati comuni, l’autrice non si sente diversa: osserva, ascolta, condivide. E capisce. Capisce che la vera reclusione, a volte, è fuori. Che ci sono più muri nelle convenzioni sociali che tra le sbarre.
E così, Rebibbia diventa una scuola. Una “università”, appunto. Dove si studia il coraggio, la dignità, la solidarietà tra donne che non si giudicano, ma si tengono in piedi a vicenda.
La voce di una donna libera, anche in prigione
Quello che più mi ha colpita, leggendo questo libro, è l’assoluta lucidità dello sguardo. Goliarda Sapienza non si fa compatire. Non si mette al centro. Non cerca di giustificarsi. Anzi. Con uno stile essenziale eppure potente, racconta la quotidianità del carcere con la stessa delicatezza con cui si racconterebbe una casa.
E ci riesce perché lei, anche dietro le sbarre, resta una donna libera. Libera di pensare, di osservare, di denunciare senza urlare. Libera, soprattutto, di scrivere.
Una lettura che ti costringe a cambiare prospettiva
L’Università di Rebibbia non è un libro comodo. Non lo leggi per svagarti. Lo leggi per capire. Per guardare oltre i luoghi comuni. Per imparare, anche tu, qualcosa. Perché ogni capitolo è una lezione. Non di morale. Ma di umanità. Ti insegna a sospendere il giudizio. A riconoscere il valore delle storie piccole. A ricordare che nessuno è la propria condanna.
E, forse, è proprio questo il vero insegnamento: che c’è cultura anche dove nessuno pensa di trovarla. Che c’è poesia in una branda, in un pasto condiviso, in una risata tra compagne. Che la libertà, a volte, passa dalla consapevolezza. E che chi riesce a raccontare tutto questo con tanta grazia, merita d’essere letto più e più volte.
Perché leggere L’Università di Rebibbia
Perché Goliarda Sapienza ha una scrittura viva, asciutta, profondamente necessaria. Perché è un romanzo-verità che parla di donne, di resistenza, di libertà. Perché, anche se non hai mai varcato un cancello di ferro, ti sentirai parte di quelle celle, di quei pomeriggi lenti, di quei dialoghi tra anime ferite e fiere.
E perché, alla fine, capirai che certe lezioni non si imparano tra i banchi. Ma nel silenzio, nell’ascolto, nell’apertura. E nei libri giusti.



