La prima a farlo sono io, a chiedere scusa, intendo. Mi rendo conto di essere sparita dal mio stesso posto, quello in cui mi rifugiavo, tornavo a respirare, mi liberavo e riempivo.
Vi racconterò presto perché mi sono allontanata da queste pagine bianche così tanto diverse da quel diario bordeaux che tengo sulla scrivania, a portata di mano, per lasciare andare pensieri alla rinfusa. Ma ora veniamo all’ultimo romanzo che con fatica ho terminato proprio ieri. Non perché di difficile comprensione o dalla lettura complicata, ma per questo strano periodo che si è incollato alla pelle dalla fine di aprile.
La trama di “Sto ancora aspettando che qualcuno mi chieda scusa“
Al centro del romanzo c’è Anna, una donna che si trova a fare i conti con il proprio passato e con le ferite che, nonostante il tempo trascorso, continuano a influenzare il presente. Attraverso il racconto della sua vita, dei rapporti familiari, degli amori, delle mancanze e delle parole mai pronunciate, prende forma una riflessione profonda sul dolore, sul bisogno di riconoscimento e sulla possibilità, o forse impossibilità, di perdonare.
Michela Marzano costruisce una storia fatta di memoria e consapevolezza, in cui il passato ritorna continuamente a bussare, costringendo la protagonista a confrontarsi con ciò che è stato e con tutto quello che avrebbe voluto sentirsi dire.
Più che una ricerca di vendetta, è una ricerca di verità e, forse, di pace.
Il consenso, il #MeToo e la difficoltà di dare un nome alle ferite
Ridurre Sto ancora aspettando che qualcuno mi chieda scusa al solo bisogno di ricevere delle scuse sarebbe ingiusto. Quello di Michela Marzano è soprattutto un romanzo che parla di consenso, di violenza psicologica e di quella zona grigia in cui troppo spesso le vittime finiscono per dubitare di sé stesse prima ancora che degli altri.
Attraverso la storia di Anna, l’autrice affronta con grande sensibilità temi come il movimento #MeToo, la cultura patriarcale, la manipolazione e quel senso di colpa che, incredibilmente, finisce spesso per gravare su chi ha subito e non su chi ha ferito. E lo fa senza trasformare il romanzo in un manifesto ideologico, ma lasciando spazio alle domande, ai dubbi, alle contraddizioni profondamente umane.
Pagina dopo pagina, emerge una verità scomoda: non sempre è facile riconoscere un abuso, soprattutto quando si nasconde dietro rapporti di potere, silenzi, ambiguità e dinamiche che la società, per troppo tempo, ha normalizzato. E allora quelle scuse tanto attese smettono di rappresentare soltanto un gesto di riparazione personale e diventano qualcosa di più grande: il bisogno di essere creduti, riconosciuti, finalmente ascoltati.
Ed è forse qui che questo romanzo mi è sembrato più forte. Perché non parla soltanto di Anna, parla di tutte quelle volte in cui abbiamo avuto bisogno che qualcuno ci dicesse: “No, non te lo sei immaginato. Quello che hai vissuto è successo davvero e non è stata colpa tua”.
Un libro che parla a tutti
Mi sono chiesta se, in fondo, non siamo tutti ancora lì ad aspettare, non necessariamente le scuse di qualcuno. A volte aspettiamo un riconoscimento, una spiegazione, una parola che rimetta ordine dove c’è stato dolore. Altre volte aspettiamo che qualcuno ci restituisca ciò che abbiamo perso, quello che siamo stati o che ci eravamo immaginati di essere.
Poi però arriva un momento in cui bisogna smettere di aspettare. Non perché non faccia più male, non perché tutto sia stato elaborato, non perché abbiamo perdonato, ma perché c’è una vita che continua a bussare alla porta, anche quando ci sentiamo immobili. E allora si impara, forse, che non sempre chi ci ha ferito saprà chiedere scusa, che non sempre avremo le risposte che cercavamo e che alcune domande resteranno tali.
Eppure, anche dentro questo silenzio, possiamo scegliere di andare avanti. Con le nostre cicatrici, con la nostra rabbia, con tutto l’amore che siamo stati capaci di dare e che, nonostante tutto, continueremo a dare.
Perché forse crescere non significa smettere di aspettare che qualcuno ci chieda scusa, significa imparare a vivere anche se quelle scuse non arriveranno mai. E che, a volte, la pace non assomiglia a un perdono, quanto semplicemente al momento in cui smetti di voltarti indietro e ricominci, lentamente, a guardare avanti.
Perché leggere “Sto ancora aspettando che qualcuno mi chieda scusa”
Leggere Michela Marzano è stato un po’ come sedersi davanti a qualcuno che non ha paura delle domande difficili, quelle sul perdono, sulla colpa, sulla responsabilità, sul bisogno disperato di sentirsi visti, ascoltati e riconosciuti.
Chiudo la quarta di copertina e ripongo “Sto ancora aspettando che qualcuno mi chieda scusa” tra i libri letti e mi chiedo quanto tempo della nostra vita siamo disposti a trascorrere aspettando parole che forse non arriveranno mai?



