"Ogni punto d'arrivo è un punto di partenza"

Nonna, manchi nei dettagli di ogni giorno

Sono passati due mesi da quando non ci sei più. Eppure, sei in tutti i miei giorni.

“Scriv semp”, mi dicevi ogni volta che mi vedevi al computer. Poco importava cosa facevo, se studiassi o lavorassi, se tenevo il computer aperto e tu potevi vedermi, per te “scrivevo sempre”, nonna.

Eppure è stato così difficile scrivere qualsiasi riga per te, da quando sei andata via. Mi sono presa del tempo ed eccomi qui, dopo averti sognata ridere a crepapelle, quella risata inconfondibile, oggi un pochino riesco a lasciarmi andare.

Nonna, tra ricordi, aneddoti e sogni

Mentre lavoro nello studio che una volta era la tua camera, a volte ti sento ansimare dietro di me per il caldo di questi giorni soffocanti. Quando il vento caldo, entra dalle finestre e bussa alla porta del bagno quando sto per entrare in doccia, mi dico che sei tu che puntualmente devi fare pipì. Mi raccomando, nonna, sempre sincronizzata, eh. Però per piacere, questa volta non aspettare che finisca di fare la doccia, entra pure. 

A volte confondo qualche intercalare di mia madre con i tuoi, sento le tue ciabatte scivolare nel corridoio, ti sento intorno. A volte vedo i tuoi occhi furbi, stringersi forte sotto le coperte, nascondersi per non alzarsi, per stare “ancora 5 minuti”, quando fuori faceva freddo e di alzarti proprio non avevi voglia. 

Ripenso alle tue battute, le tue freddure, alle tue bellissime mani, il tuo modo di fare, il tuo modo essere così incredibilmente buona e genuina, semplice e raffinata allo stesso tempo: una donna di un’altra epoca. Elegante nei suoi vestiti cuciti a mano uno a uno, dalle tinte più particolari, corallo, tiffany, lilla, rosso mattone. Rosso mattone, il colore del tuo rossetto, viola, quello dello smalto che abbiamo buttato solo qualche giorno fa con gran fatica.

Fatica, quella che ti vedo tatuata addosso da due anni a questa parte, da quella brutta caduta di quella notte. Avevo creduto fosse un incidente sulla strada principale della mia città, ci avrei giurato, quella notte. Poi ho sentito urlare, poi ti abbiamo alzata, poi sembravi perdere conoscenza e abbiamo cercato in tutti i modi di tenerti sveglia. È da quel giorno che è tutto cambiato, il tuo lento scrivere le ultime pagine della tua storia, mentre noi le leggevamo con parsimonia, come si fa con i libri che non si vuole concludere.

Quando sei andata via, nonna

Dolce nonna, che ne potevi sapere tu delle lacrime mie nel letto, mentre ti sentivo lamentarti di tutto il dolore che provavi. Tu che cercavi di spiegarti, di farci capire quello che sentivi, come se noi non ti credessimo, solo perché tu eri troppo brava a nasconderlo, a non darlo a vedere. Almeno all’inizio…

Quanto mi manca accompagnarti in bagno quando ne avevi bisogno, riscaldarti il latte, prepararti le medicine, alzarti la tapparella per far entrare ancora un altro giorno nella tua vita. Ecco cosa hai fatto tenendomi la mano mentre te ne andavi: hai abbassato la tapparella sulla tua vita, solo che questa volta non più per soli “cinque minuti”. 

Faccio fatica a ripensare a quel maledetto 30 aprile, ai tuoi respiri lenti, com’era cambiata la tua voce, come faceva male sapere che saresti andata via, dover pensare a come poter andare avanti dopo, mentre nel frattempo tu continuavi a soffrire, fino all’ultimo respiro. Davanti agli occhi ho l’ora dopo in cui hai lasciato il tuo corpo stanco, senza più forze, ne battiti, ne respiro. Penso a quando ti ho vestita per la tua ultima uscita, e quanto eri bella, nonna. La morte ti ha tolto la vita, ma non la bellezza. Quella che tutti quelli che hanno avuto modo e fortuna di conoscerti ricordano e fanno fatica a non raccontare, indissolubilmente legata a te.

Tutto quello che è stato e che è dopo di te

È persino scorretto dire “dopo di te”, perché è da quando sei andata via, che in realtà, per quanto dolore provi dentro, io ti sento così vicina, come se fossi ancora qui. La tua energia è qui. Io ti sento. Ed è così bello quando ti fai vedere, nelle corde che dondolano, perché vuoi giocare, negli uccellini che mi vengono a trovare, nelle farfalle bianche che entrano in casa, nelle cose che accadono solo quando ti penso, ti ricordo o ti nomino. 

I sogni, quelle farfalle, la tua risata, stare abbracciata a te, il tuo sbucare sulla porta. Se la stanza dove dormo fosse la camera dei miei sogni, nonna, ti prego, entra sempre da quella porta, non vagare invisibile tra le tende e i rumori impercettibili, tra le nuvole e il cielo, tra il profumo di rose e qualche strana coincidenza. Entra nei miei sogni, torna a portare le mani davanti a te cercando le mie, perché io ti possa accompagnare senza farti cadere. 

Solo così, riuscirò a non cadere io.

Sono passati due mesi, il tuo pensiero è sempre così vivido. Le lacrime scorrono lente ogni volta che ti penso, ogni volta in cui ho bisogno di un aiuto in più perché credo di non essere all’altezza della situazione, perché ho paura del futuro, perché vorrei tagliare traguardi, forse raggiungere qualche checkpoint significativo nella mia vita, ma allo stesso tempo vivere senza pensieri, sentirmi leggera, vivere felice o almeno serena.

Ci sto provando nonna, lo giuro. E per davvero, non come le tue, di promesse. Non come quando dicevi che non avresti schizzato il vetro del bagno, lavandoti, dopo che avevo finito di farlo. Non come quando dicevi che avresti smesso di tagliare la frutta in quel modo, rischiando di tagliarti. Lo faccio davvero, nonna. 

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