Ci sono parole che non dovremmo più scrivere. E invece eccoci ancora qui, con la rabbia in gola e le mani tremanti. Ilaria e Sara. Due nomi. Due donne. Due storie diverse, troppo simili. Troppo uguali a troppe altre. Uccise brutalmente da chi diceva di amarle, da chi avrebbe dovuto proteggerle e invece ha fatto della violenza l’ultima parola.
Femminicidi in Italia: il numero di donne uccise un’emergenza strutturale
Ci risiamo. Ancora una volta, ci troviamo a piangere l’ennesima vittima di una violenza che non accenna a fermarsi. Due giovani donne, Ilaria Sula e Sara Campanella, entrambe di 22 anni, sono state brutalmente strappate alla vita da uomini che non hanno saputo accettare un “no”. Due femminicidi che si aggiungono a una lista già troppo lunga, portando il numero di donne uccise in Italia nel 2025 a undici.
Sara Campanella: perseguitata e uccisa
Sara, studentessa di biomedicina a Messina, è stata assassinata in pieno giorno da Stefano Argentino, un collega di 27 anni che la perseguitava da due anni. Nonostante le ripetute molestie, Sara non aveva mai denunciato, forse sottovalutando il pericolo.
Ilaria Sula: un amore malato che sfocia nell’orrore
A Roma, Ilaria Sula, studentessa di statistica alla Sapienza, è stata trovata morta in una valigia abbandonata in un dirupo. L’ex fidanzato, Mark Antony Samson, ha confessato l’omicidio. .
Due donne uccise nel giro di pochi giorni. Due vite strappate. Due sogni interrotti. Questi non sono episodi isolati. Non sono sfortuna. Sono il sintomo evidente di una cultura malata, che ancora oggi fatica a riconoscere che l’amore non possiede. Che la libertà di una donna non è una minaccia. Che nessuno ha il diritto di decidere se una donna può vivere o morire.
Ogni volta che succede, ci indigniamo. Ogni volta che succede, ci promettiamo che è l’ultima. Eppure, nulla cambia davvero. La verità è che siamo stanche, arrabbiate. frustrate. Perché queste morti non sono un destino. Sono una scelta. Di chi colpisce. Ma anche di chi lascia fare, di chi normalizza, di chi silenzia.
In valigia vanno messi i sogni. Non i corpi delle donne.
Questi episodi non sono casi isolati, ma il risultato di una cultura patriarcale che continua a minimizzare, giustificare e, di fatto, alimentare la violenza contro le donne. Non basta inasprire le pene o introdurre nuove leggi, come il recente disegno di legge che definisce il femminicidio come reato specifico. Senza un cambiamento culturale radicale, senza un’educazione all’affettività e al rispetto fin dalla giovane età, continueremo a contare le vittime.
E in mezzo a tutto questo dolore, c’è un’immagine a cui penso, che mi fa male, che urla più forte delle parole. Quella valigia. Una donna chiusa in una valigia. Non è solo un gesto atroce. È un simbolo. Di quanto il corpo femminile venga ancora trattato come cosa, come oggetto, come contenitore. Ma i corpi delle donne non si piegano. Non si stipano. Non si zittiscono.
Le valigie dovrebbero contenere vestiti, libri, progetti per il futuro. Non corpi di donne uccise dalla mano di un uomo. Non possiamo più tollerare che la libertà di noi donne venga soffocata, che i nostri “no” vengano ignorati, che la nostra vita venga considerata proprietà altrui.
Serve un cambiamento radicale
Basta educazione al silenzio, alla paura. Basta con la cultura del possesso. Serve una rivoluzione culturale, a partire dalle parole che usiamo, dalle storie che raccontiamo, dai figli che cresciamo. Serve una legge che protegga davvero, ma anche una società che non banalizzi più.
Ogni volta che una donna viene uccisa, perdiamo tutti. E se non ci sentiamo parte di questo dolore, allora stiamo contribuendo al problema.
È ora di smetterla con le dichiarazioni di circostanza, con le fiaccolate che si spengono il giorno dopo, con l’indignazione a tempo determinato. Servono azioni concrete: finanziamenti ai centri antiviolenza, programmi scolastici che insegnino il rispetto e l’uguaglianza, campagne di sensibilizzazione che non si limitino a una giornata all’anno.
Non ci salveranno le frasi fatte, né le mimose l’8 marzo.
Non ci salveranno le promesse pronunciate sotto i riflettori, né le panchine rosse su cui nessuno si ferma a riflettere davvero.
Ci salverà solo una presa di coscienza collettiva, una responsabilità che riguarda tuttə: la politica, le istituzioni, la scuola, i media, le famiglie. Ci salverà il coraggio di cambiare linguaggio, di educare al consenso, di disimparare la cultura del dominio.
Non è accettabile che una donna venga uccisa perché ha deciso di smettere di amare. Non è normale dover avere paura di dire no. Non è umano che ci si abitui al femminicidio come a una notizia tra le altre.



