Ci sono film che si guardano. E poi ce ne sono altri che si sentono. Che si attraversano. Che ti restano sulla pelle anche dopo i titoli di coda. Io Capitano, andato in onda su Rai Uno mercoledì scorso, per me è stato questo.
Non lo avevo ancora visto prima, nonostante se ne fosse parlato tanto. E forse è stato giusto così. Perché certe storie arrivano quando sei pronto a sentirle davvero.
Io Capitano è una fiaba cruda e potente
Con una narrazione lenta, quasi rarefatta, Io Capitano racconta il viaggio di Seydou, un ragazzo senegalese che parte insieme al cugino Moussa alla volta dell’Europa. Ma non aspettatevi un film sul viaggio nel senso classico del termine. Qui il viaggio è trasformazione. È ferita. È resistenza. È perdita. È un sogno che cambia forma a ogni passo.
La regia di Matteo Garrone si prende tutto il tempo per raccontare l’umanità dentro la migrazione. Non ci sono eroi. Non ci sono santi. Ci sono ragazzi che sognano di diventare qualcuno e che si ritrovano, invece, a sfidare deserti, prigioni, violenze e un mare che sa essere crudele quanto il silenzio di chi resta a guardare.
Sì, il ritmo è lento. Ma è una lentezza necessaria. Una lentezza che pesa, a tratti, ma che serve. Perché ogni scena ha il tempo di sedimentare. Di farti male. Di farti pensare.
Una bellezza che ferisce
Quello che colpisce è l’equilibrio tra bellezza visiva e brutalità narrativa. La fotografia è poetica, a tratti surreale, soprattutto nelle sequenze più simboliche. Il deserto che diventa un sogno, un incubo, una prova. L’oceano che non è solo confine, ma anche giudice.
E poi c’è Seydou, interpretato da un Seydou Sarr capace di portarsi addosso l’intero film con uno sguardo. La sua crescita è il cuore del film. Da ragazzo timido a capitano, appunto, per necessità, per destino, per scelta. Una metamorfosi silenziosa ma radicale, che lascia senza fiato.
Il peso della realtà
Io Capitano è ispirato a storie vere. A tante. Troppe. Quelle che spesso leggiamo in poche righe nei notiziari, e che dimentichiamo il giorno dopo. Questo film invece ti costringe a fermarti. A vedere. A guardare davvero.
Non c’è retorica. Non c’è buonismo. C’è la verità, quella che fa male. Quella che lascia domande. E forse anche un po’ di vergogna, se siamo sinceri.
Io Capitano è un film necessario
Mi è piaciuto molto, nonostante la lentezza. Anzi, forse proprio per quella lentezza. Perché in un tempo che corre, che salta da un contenuto all’altro, Io Capitano ti chiede di restare. Di respirare. Di ascoltare.
E alla fine ti trovi a pensare che sì, siamo abituati a usare la parola “viaggio” con leggerezza. Ma per qualcuno, viaggiare è tutto tranne che una scelta leggera.
Io Capitano non è un film da consigliare. È un film da sentire. Da vivere. Da non dimenticare.
Perché ci ricorda che ogni storia di migrazione è prima di tutto una storia di coraggio. E che a volte, crescere significa diventare capitano quando nessuno ti ha mai insegnato a navigare.



