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“L’arte di correre” di Murakami: una maratona senza ritmo {libri}

L’Arte di Correre di Haruki Murakami è una raccolta di riflessioni autobiografiche che intreccia corsa e scrittura, ma senza riuscire davvero a coinvolgere. Nonostante alcuni passaggi toccanti, il libro manca di ritmo e profondità emotiva. Una lettura per appassionati, ma non per chi cerca il Murakami più ispirato.

Ci sono libri che corrono veloci, che ti trascinano con sé, pagina dopo pagina. E poi ci sono libri che procedono al passo, come una corsa lenta in un giorno afoso. L’Arte di Correre di Haruki Murakami, purtroppo, appartiene a questa seconda categoria, secondo me. Nonostante la firma di uno degli autori contemporanei più amati, questa raccolta di riflessioni autobiografiche non è riuscita a trovare il ritmo giusto.

Il connubio tra scrittura e corsa

Murakami ci invita a seguirlo nel suo duplice viaggio: quello di corridore e quello di scrittore. Il libro si presenta come un diario, in cui l’autore intreccia le sue esperienze personali nella corsa con il suo percorso creativo. L’idea fin da subito mi è parsa affascinante, lo ammetto: esplorare come il movimento fisico possa influire sulla mente, come la disciplina della corsa possa rispecchiarsi in quella della scrittura. Vuoi anche perché è una cosa che condivido con l’autore de Kafka sulla spiaggia, protagonista nelle ultime settimane delle giornate in carcere di Cecilia Sala. Molto spesso, infatti, la corsa ha aiutato il mio processo creativo, allineato le parole nella mia testa, costruito costrutti, pagine e pagine di testo.

Le premesse mi sembravano promettenti, ma – mia personale ipotesi – lo sviluppo lascia a desiderare. Murakami mi ha parlato della sua routine di allenamento, delle sue maratone, del suo approccio meticoloso alla corsa. Ma lo ha fatto con una freddezza che mi ha sorpresa, quasi che la passione fosse stata messa da parte per lasciare spazio a un cronachismo che spegne l’emozione.

Una narrazione che manca di profondità

Quello che manca, in L’Arte di Correre, è una connessione più profonda. Murakami, con il suo stile asciutto e minimale, mi è sembrato distante, quasi indifferente. Mi ha dato l’impressione di leggere una serie di resoconti ordinati, piuttosto che un racconto che emozioni e coinvolga. E questo sorprende, considerando quanto Murakami sia stato capace di trasportare i lettori in mondi onirici e carichi di emozione nei suoi romanzi più celebri.

Anche il legame tra corsa e scrittura, che avrebbe potuto essere un filo conduttore ricco di spunti, resta in superficie. Da assidua e costante lettrice, ho intuito l’intento, ma non ho percepito mai davvero la forza di quel parallelismo. L’autore corre e scrive, ma non è riuscito a farmi sentire l’intensità di queste due passioni.

Correre senza meta

C’è un altro punto che mi ha lasciata perplessa: la struttura del libro. Le riflessioni sono frammentarie, poco coese e il ritmo narrativo mi è sembrato altalenante. Si passa da descrizioni dettagliate di gare e allenamenti a riflessioni più generali, ma senza un vero filo conduttore che le leghi. È come se Murakami ci portasse a correre con lui, ma senza una meta precisa, lasciandoci vagare senza sapere dove stiamo andando.

Cosa mi ha fatto terminare il libro?

Partiamo dal presupposto che io termino qualsiasi libro che inizio: non mi piace lasciare qualcosa a metà. Credo che anche le ultime pagine di un libro possano in qualche modo salvarlo o bocciarlo. Vale la stessa cosa per i film e per le serie tv.

Nonostante quanto sopra detto, non posso negare che ci sono state cose che mi sono piaciute particolarmente. Quando Murakami parla della sua prima maratona o delle difficoltà che ha incontrato nel corso degli anni, emerge un’umanità che è stata in grado di toccarmi nel profondo. Sono passaggi brevi, ma efficaci, in cui si sente il peso della fatica e il senso di conquista. Avrei voluto che ce ne fossero di più, ecco. E mi sono piaciute molto anche le riflessioni fatte sulla natura che corre insieme a lui, come paesaggi che passano davanti agli occhi come diapositive, una dopo l’altro e le riflessioni introspettive fatte sui passi calpestati e i km corsi.

L’Arte di Correre non è un libro che consiglierei a chi cerca un Murakami in grado di emozionare o di trasportare. È una lettura che può interessare chi è appassionato di corsa (come me) e vuole un ritratto intimo di un autore molto amato, ma manca della magia e della profondità che ci si aspetterebbe da un autore come Murakami.

In fondo, forse il problema principale di questo libro è che, pur parlando di corsa, non riesce mai davvero a trovare il suo passo. Corre, sì, ma non lascia quel senso di appagamento che si prova tagliando un traguardo importante. Un’opera per i fan più accaniti di Murakami, ma per gli altri potrebbe essere un’occasione mancata.

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