Un passo dopo l’altro, pagina dopo pagina, Meglio sole che nuvole di Jane Alison mi ha fatta camminare dentro qualcosa che non aveva una direzione. Non una storia vera, non una trama da seguire. Solo una lunga, dettagliata, quasi chirurgica serie di appunti, un diario più che un romanzo.
Non c’è dubbio che Jane Alison sappia scrivere: le sue descrizioni, le riflessioni sulla luce, sulle piante, sulle città attraversate e sull’arte sono precise, a tratti poetiche. Ma il punto è che Meglio sole che nuvole mi è sembrano raccontasse davvero il nulla. O meglio: non costruisce, non porta da nessuna parte. Ti chiede di restare e basta, dentro un flusso di pensieri, di notazioni, di stati d’animo, senza mai davvero entrare in empatia con chi scrive o con chi legge.
Ho letto questo libro perché attratta dal titolo, che mi sembrava evocativo, suggestivo, promettente e perché amo le narrazioni intime, quelle che riescono a restare personali senza diventare autoreferenziali.
Questa volta non ci sono riuscita. Mi è mancata la sostanza, la coesione, quel filo invisibile che tiene tutto insieme e ti fa restare, pagina dopo pagina, anche dentro le piccole cose.
Forse è un libro che andrebbe letto in modo diverso, non come un romanzo, ma come un quaderno di viaggio mentale. E forse ci sono lettori e lettrici che possono trovare in queste righe frammentate una forma di bellezza nuova. Io non ci sono riuscita: in mezzo a tutte quelle parole, ho trovato più distanza che vicinanza.



