"Ogni punto d'arrivo è un punto di partenza"

“Nel blu tra il cielo e il mare” di Susan Abulhawa: la Palestina raccontata {libri}

Pur con temi potenti come la diaspora, l’identità spezzata e il ricordo, Nel blu tra il cielo e il mare non riesce a trasmettere la stessa intensità emotiva di Ogni mattina a Jenin: la narrazione appare dispersiva e il legame con i personaggi meno profondo. La forza del romanzo c’è, specialmente nei passaggi che parlano di memoria e perdita, ma molti momenti si sentono più funzione che vita.

Quando ho deciso di leggere Nel blu tra il cielo e il mare, l’ho fatto con il ricordo ancora vivo di Ogni mattina a Jenin. Quel romanzo mi aveva travolta: era una lettura intensa, toccante, dolorosa e necessaria. Susan Abulhawa era diventata per me una voce potente, capace di raccontare la Palestina in modo intimo, poetico e straziante allo stesso tempo.

Così, tornare a una sua storia sembrava naturale. Quasi un ritorno, ma questa volta, questa storia non mi ha preso, qualcosa non ha funzionato.

La narrazione frammentata de Nel blu tra il cielo e il mare

Il romanzo racconta le vicende della famiglia Baraka, costretta ad abbandonare la propria casa in Palestina a causa dell’occupazione israeliana. La narrazione si snoda tra Gaza e gli Stati Uniti, toccando temi come la diaspora, l’identità, la memoria e la condizione femminile. Sono argomenti forti, importanti, che Abulhawa affronta con coraggio e consapevolezza. Eppure, la scrittura non mi ha coinvolta come speravo.

Il romanzo si muove attraverso molte voci, salti temporali e prospettive diverse. Ma invece di costruire un mosaico ricco, la narrazione finisce per diventare a mio dire un po’ dispersiva. Non sono riuscita a sentire i personaggi come “vivi”, come accadeva in Jenin. Il pathos c’è, ma ho fatto fatica a trovarne il ritmo. Alcuni passaggi sono potenti (sottolineati con il mio ormai immancabile Giotto Naturale verde 18), altri appesantiti da una prosa che, forse anche a causa della traduzione, risulta meno fluida e più artefatta.

Nonostante tutto

Nel blu tra il cielo e il mare resta una lettura importante per chi vuole approfondire la questione palestinese attraverso la narrativa, ma ammetto che non mi ha lasciato la stessa traccia emotiva del romanzo precedente.

È una storia che va rispettata, ma che personalmente ho trovato meno coinvolgente, meno penetrante. Ma forse va bene così. Non tutte le letture devono sconvolgere. Alcune servono semplicemente per ricordarci da dove veniamo, come lettrici e come persone e che le emozioni, come i libri, non si replicano a comando.

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