"Ogni punto d'arrivo è un punto di partenza"

Sanremo 2025: quando le parole sono più forti delle note {musica}

Sanremo 2025 è stato più di una gara: è stato ascolto, racconto e parola che resta. Alcuni artisti, come Cristicchi, Brunori, Corsi e Rkomi, hanno portato sul palco emozioni autentiche e testi che scavano. Perché la musica non è solo voce: è narrazione, è memoria, è verità.

Innamorata delle parole, delle emozioni che sanno regalare se messe insieme in un certo ordine, ho prestato attenzione anche quest’anno alle canzoni presentate al Festival di Sanremo 2025. Forse, quest’anno, un pelo in più: sarà stata la mia maggiore predisposizione alla scrittura e alla scelta delle parole da usare con l’uscita del mio primo romanzo “Posso Offrirti un caffè?”.

Ho ascoltato ogni canzone con la sensazione che dietro ogni verso ci fosse qualcosa di più di una semplice rima ben costruita. C’era la voglia di raccontare, di scavare, di lasciare un segno. E in un mondo in cui tutto scorre veloce, in cui le parole si consumano nel tempo di uno scroll, dedicarsi del tempo, rallentare e sentirle davvero, per una volta, è stato bello.

Cristicchi, Brunori e Corsi: la musica che racconta storie a Sanremo 2025

Ci sono artisti che non scrivono solo canzoni, scrivono pezzi di vita.

Simone Cristicchi, Brunori Sas e Lucio Corsi non hanno bisogno di effetti speciali per arrivare al cuore. Le loro parole parlano da sole, e quando li ascolti è impossibile restare indifferenti.

Cristicchi ha portato sul palco un brano che mi è sembrata una carezza, ma che dentro aveva un nodo che stringeva forte. Parlava di memoria, di ricordi che svaniscono, di vite che si consumano nel silenzio. E l’ha fatto con quella delicatezza che è solo sua, quella capacità di raccontare il dolore senza bisogno di gridarlo.

Brunori Sas ha dipinto un quadro familiare con parole che sapevano di casa, di infanzia, di radici che si allungano anche quando crediamo di essercene staccati. Ha cantato la nostalgia senza farla pesare, ha trasformato un rimpianto in qualcosa di dolce.

E poi Lucio Corsi, quello che avrei voluto al primo posto, con la sua capacità di parlare di fragilità senza renderla una sconfitta. “Volevo essere un duro” non solo una canzone, ma un racconto di crescita, un viaggio attraverso quell’equilibrio delicato tra chi vogliamo essere e chi il mondo ci impone di diventare. Corsi canta la libertà di non dover dimostrare niente a nessuno, di essere se stessi senza bisogno di sovrastrutture, senza il peso delle aspettative. Il suo è un inno alla leggerezza come forma di resistenza, alla possibilità di non dover sempre combattere per esistere. In un panorama musicale spesso dominato dall’ostentazione e dalla necessità di apparire, la sua è una voce fuori dal coro.

Il peso delle parole: Fedez e Rkomi

Oserei dire che le parole devono fare rumore. Io trovo che qualcuna di quelle presentate a Sanremo 2025, l’abbia fatto. Parole che non puoi ignorare, che ti obbligano a fermarti, a riflettere, a sentirle fino in fondo, ne senti il richiamo.

Fedez è salito sul palco con un bagaglio pesante addosso. Il suo testo non era solo musica, era una confessione. Un modo per mostrarsi senza filtri, senza difese, senza la necessità di apparire invincibile, con dentro il dolore, il fallimento, la voglia di ricominciare. Mi ha dato l’impressione fosse un dialogo a sé stesso, ma che in fondo ha parlato di tutti. Perché chi non ha mai avuto paura di perdere tutto?

Nel pezzo di Rkomi, invece, ci ho visto una riflessione che mi ha colpito particolarmente. “Il ritmo delle cose” non come canzone, ma come monito, raccontando quanto la tecnologia ci stia allontanando dal mondo reale, di quanto stiamo perdendo la capacità di ascoltarci davvero. In un’epoca in cui siamo sempre connessi, ho sentito cantare la solitudine di chi si sente fuori tempo, fuori posto. E forse era la canzone di cui avevamo bisogno.

Quando la musica diventa ascolto

Sanremo 2025 mi ha lasciato questo: la consapevolezza che la musica non è solo un esercizio di stile, ma un atto di comunicazione. Puoi avere una voce straordinaria, un’estensione vocale perfetta, una tecnica impeccabile. Ma senza qualcosa da dire, senza un messaggio che scavi dentro, la canzone diventa solo un suono che si perde nel tempo.

Le canzoni che restano sono quelle che sanno raccontare, che sanno toccare, che si aggrappano all’anima di chi ascolta. Sono quelle che, anche dopo che lo spettacolo finisce e le luci si spengono, continuano a risuonare dentro. E quest’anno, su quel palco, c’è stato chi ha scelto di non limitarsi a cantare, ma di raccontare, di lasciare un segno, di trasformare ogni nota in un pezzo di storia.

Perché la musica non è solo una questione di voce. È una questione di parole. Di quelle giuste, di quelle che sanno farsi ascoltare, di quelle che, una volta arrivate, non se ne vanno più.

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