Non sono un’esperta di politica estera, non ho studiato scienze politiche. Non sarò saccente, non racconterò la cronistoria di quanto accaduto fino a oggi, non esprimerò il mio parere sull’andamento delle borse o sulla crisi economica che potrebbe (se non l’ha già fatto) colpire l’Italia e l’Europa.
E non voglio parlare di strategie militari, di equilibri geopolitici o di alleanza internazionali. Non userò parole come analisti, generali, dottrine, perché queste cose le lascio dire a chi le studia davvero. Come dice Caparezza, io non parlo di cose che non conosco.
Vi racconto piuttosto un’altra storia, quella che non compare quasi mai nei titoli dei giornali: la storia di chi guarda la guerra da lontano.
La guerra visa dagli schermi
Chissà come viveva la guerra chi la guardava o sentiva da lontano negli anni andati, quelli in cui gli schermi ancora non c’erano e di storia e strategia si parlava solo tra i libri di scuola, “qualche” anno più tardi. Che lo so che quelle che stiamo vivendo invece, anche se da lontano, saranno studiate dalle generazioni future alla nostra e solo pensarci un po’ mi fa rabbrividire, perché la guerra sembra una cosa così tanto da libri di storia, interrogazioni ed esami che mai potresti pensare di esserne in qualche modo dentro.
Da fortunati, ovvio. Attraverso lo schermo, le notifiche del telefono, i servizi del telegiornale, i video che scorrono tra contenuto e contenuto, di social in social. Palazzi sventrati, rumori di sirene antiaeree, mappe dei territori contesi.
Negli ultimi anni, guerre e conflitti fanno da sfondo a tutte le nostre giornate. Il conflitto tra Russia e Ucraina, prima, quella tra Israele e Gaza dopo. Non servono analisi militari per capire che quello che vediamo è dolore. Palazzi ridotti a polvere, famiglie che scavano tra le macerie, bambini che crescono troppo in fretta dentro una parola che nessun bambino dovrebbe conoscere: guerra.
E altri conflitti continuano a consumarsi quasi in silenzio in luoghi come il Sudan o lo Yemen, lontani dalle prime pagine ma non dalle vite di chi li attraversa ogni giorno.
Fino ai giorni più vicini, quelli delle ultime settimane. Attacchi aerei coordinati tra Israele e Stati Uniti hanno colpito diversi obiettivi in Iran, aprendo una nuova fase di escalation nel Medio Oriente, provocando una risposta militare con missili e droni diretti verso Israele e altre basi nella regione.
Al di là dei nomi delle operazioni militari e delle analisi degli esperti, quello che arriva fino a noi sono soprattutto immagini. Città bombardate, persone in fuga, famiglie che cercano riparo nei rifugi o nelle metropolitane. Vite sospese, quotidianità interrotte, futuro che si frantuma da un momento all’altro.
Il mondo discute di strategie, alleanze e deterrenza nucleare, ma le persone che la guerra la vivono sotto quei cieli così diversi dai nostri volevano soltanto fare quello che facciamo tutti: alzarsi la mattina, lavorare, tornare a casa, abbracciare qualcuno.
L’impotenza di chi guarda e sente la guerra da lontano
Gli empatici mi capiranno, lo sanno bene che non serve essere dentro una qualsiasi situazione per sentire qualcosa dentro muoversi. Come se fosse cosa tua, una tua esperienza, un tuo momento, la tua vita.
Per gli empatici come me, basta guardare, ascoltare, immaginare. Ed è la storia, questa, di chi si trova nella parte più fortuna del mondo, quella di chi si sente impotente. Di chi sente le urla, le paure, immagina quegli angoli di cielo che si intravedono dalle finestre della propria casa, dipingersi di grigio, lasciarsi attraversare da missili.
E mentre tu qui sei a leggere questo articolo, a guardare la tua serie preferita, a rilassarti, leggere un libro, preparare da mangiare e immaginare il tuo futuro, con la persona che ami, con le persone a cui vuoi bene, là fuori qualcuno sta correndo verso un rifugio e quel futuro lo perde insieme a tutte le persone che ama. E tu no.
Quanto pesa questa fortuna
Latte e biscotti, quelli buoni che ti piacciono tanto. Qualcuno che la colazione te la porta a letto, il suo sorriso felice di vederti sorridere quando ti coccola, quando si prende cura di te. I tuoi genitori, con cui scambi due chiacchiere sul festival di Sanremo e quanto alcune canzoni hanno rotto le scatole. Un taglio e una piega messa in programma per la prossima volta, un appuntamento con le amiche, una pizza con il tuo compagno. Un tetto sulla testa mentre fuori piove, in cui trovare riparo, un letto caldo in cui abbandonarsi, lasciandogli la stanchezza per rigenerarsi.
Ti svegli e vai a dormire pensando sempre “quanto sono fortunato” dentro a tutte le sfortune che invece elenchi e credi siano importanti. Però poi ti fermi un attimo a pensare e la vedi quella capacità terribile che ha la guerra di trasformare le cose più semplici de mondo in privilegi.
Perché non siamo coinvolti direttamente, almeno per ora ma, nonostante i nostri libri di storia ce lo dicano fin dall’inizio della storia del mondo, noi solo oggi stiamo capendo davvero che il mondo è più fragile di quanto pensavamo.
Anche il cielo si è stancato di starci sopra se deve riflettere tutto questo. Prima o poi si lascerà cadere. Forse laverà tutto, perché nemmeno più il mare e gli oceani ne hanno più la forza. Nel frattempo, un po’ di luce c’è, quella di chi, anche nel mezzo dell’orrore, resta umano, anche quando sembra impossibile. Aiuti umanitari, sì, ma a volte anche meno, anche riuscire a parlarne, non restare indifferenti, anche con un articolo.



