"Ogni punto d'arrivo è un punto di partenza"

“1984” di George Orwell, romanzo distopico ma ancora attuale {libri}

Ho riletto 1984 di George Orwell, un romanzo scritto nel 1949 che, tra controllo dell’informazione e manipolazione del linguaggio, continua a sembrare sorprendentemente vicino al nostro presente.

1984 mi ha catapultata direttamente nel 2012, alla mia maturità, quando scelsi come tema per la mia tesina i miei amati Pink Floyd. Inutile dire che la mia scelta, in letteratura inglese, è ricaduta proprio sull’autore di questo romanzo: George Orwell. Scelsi lui e un altro suo famoso romanzo: La fattoria degli animali.

Non so se mi è venuta voglia prima la nostalgia di quegli anni, dei banchi di scuola, degli anni un po’ più spensierati della mia adolescenza o quella incredibile voglia di tuffarmi e conoscere meglio i grandi classici della lettura inglese partendo proprio da lui.

Riaprire Orwell, dopo tutti questi anni, ha confermato ancora una volta che leggere libri non serve solo a superare un esame, ma a crescere. E oggi, farlo con occhi diversi, con qualche anno in più sulle spalle e qualche domanda in più sul mondo che mi circonda, dà altre sfumature a tutto quello che leggo, di già letto o di nuovo proprio come in questo caso.

Ho fatto “l’errore” di rifletterci sopra ad alta voce con il mio ragazzo ed eccolo lì, la volta successiva a quella, con quel libro tra le mani. Ormai lui è la mia fonte di libri, la mia libreria personale. C’è cosa più bella?

Tra le pagine di 1984 cambiano le città, i governi, il modo di comunicare, perfino il modo di pensare. Eppure, mentre scorrono le pagine, la distanza temporale si accorcia. Certe paure, certe dinamiche di potere, certi meccanismi della società non sono poi così diversi da quelli che conosciamo oggi.

Leggere 1984 di George Orwell è stato come fare un salto in un futuro immaginato nel 1949 e scoprire che, in qualche modo, continua a parlare anche del nostro presente. Non nel senso letterale, certo, ma alcune delle intuizioni di questo romanzo hanno la capacità inquietante di sembrare ancora familiari. Sì, inquietante, perché alcune pagine lasciano davvero inquietudine e una sensazione di ansia addosso. Ed è forse proprio questo che rende 1984 uno dei libri più potenti che mi sia capitato di leggere.

Quando il futuro era una paura politica

Quando Orwell scrive 1984, il mondo sta ancora cercando di rialzarsi dalle ferite della Seconda guerra mondiale. I totalitarismi hanno mostrato fino a dove può arrivare il controllo del potere sulle persone.

È dentro questo contesto storico che nasce Oceania, uno Stato immaginario governato dal Partito e dalla figura onnipresente del Grande Fratello. In questo mondo tutto è controllo, la storia viene riscritta continuamente, le parole vengono ridotte attraverso la neolingua. Il pensiero libero diventa il crimine più grande: il psicoreato.

La cosa più impressionante è il modo in cui Orwell capisce una verità profondissima della politica: il potere non controlla solo i corpi, controlla le parole. Se riduci il linguaggio, riduci anche i pensieri possibili. Se togli le parole per dire qualcosa, quella cosa smette lentamente di esistere. E mentre leggevo mi sono chiesta quante volte, anche oggi, le parole vengono svuotate, semplificate, piegate a seconda di chi le usa.

Il protagonista, Winston Smith, lavora proprio nel Ministero della Verità, dove il suo compito è modificare documenti e articoli del passato per farli coincidere con la versione ufficiale del Partito ed è proprio da questa contraddizione che inizia la sua crisi. È un’idea che fa quasi venire i brividi: se il passato può essere riscritto ogni giorno, allora la verità non esiste più. Esiste solo la versione che qualcuno decide di raccontare, la più forte e spaventosa intuizione del romanzo.

Smith e il coraggio di pensare

Winston non è il classico protagonista eroico. Non guida rivoluzioni, non ha la forza di cambiare il mondo, è solo un uomo che comincia a farsi delle domande. L’ho trovata una cosa forte e incisiva per tutta la storia, perché in una società che pretende obbedienza assoluta, il dubbio diventa già una forma di ribellione.

Scrivere un diario, ricordare il passato, innamorarsi: ogni gesto umano diventa un atto pericoloso. La ribellione di Winston è fatta di piccole crepe, di tentativi fragili di restare umano in un sistema che vuole cancellare l’individualità. Credo che sia proprio questa dimensione intima della ribellione a rendere il romanzo così potente.

Un romanzo del 1949 che parla ancora al e del presente

Orwell immagina una società sorvegliata attraverso i teleschermi, in cui il potere controlla l’informazione, modifica il passato e decide quale sia la verità. E io non riesco a non domandarmi quanto di questo 1984 ci sia nel 2026. È come un cortocircuito e viene spontaneo fare collegamenti con il contesto storico e sociale in cui viviamo oggi.

Le informazioni circolano, vengono interpretate, manipolate, riscritte. Viviamo nell’epoca dell’informazione più veloce della storia e, paradossalmente, anche in quella in cui la verità può diventare più fragile. Le notizie si moltiplicano, le interpretazioni si sovrappongono, le versioni cambiano. E allora viene da chiedersi se la distopia di Orwell non sia tanto un futuro immaginario quanto una lente per guardare meglio il presente. La quantità di dati che produciamo ogni giorno, i sistemi che li raccolgono, sembra il mondo raccontato da Orwell, ma è il nostro: alcune sue intuizioni sembrano aver attraversato tempo e spazio.

Non siamo nel mondo di Orwell, ma alcune sue intuizioni sembrano aver attraversato il tempo.

Ed è impressionante come una scrittura limpida come la sua, senza sbavature ed effetti speciali, riesca a far crescere la tensione, fino a trasformarsi in riflessioni forse più vere e ampie su cosa siano davvero la libertà, la verità e il potere.

Ad alta voce, mi sono chiesta e ho chiesto poi a chi mi ascoltava, ma è davvero così tanto “distopico”? Davvero vogliamo definirlo tale?

Perché leggere 1984

È un romanzo eterno, nel senso che può esser letto in tutte le epoche, in tutti i momenti, in qualsiasi posto del mondo e poterci abitare come se fosse un articolo del giorno. Non so dire quale sia la morale di questo romanzo, tra i libri più importanti del Novecento, ma so per certa che mi ha permesso di interrogarmi sulla libertà di pensare, su quanto non dovrebbe essere data poi così per scontata.

E forse è proprio questo il motivo per cui, a distanza di più di settant’anni, il mondo continua a tornare tra queste pagine.

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