Novecento di Alessandro Baricco è uno spartito di parole, un assolo di pianoforte tra le onde. Un testo teatrale che si fa romanzo dentro a una narrazione che possiede lo stesso ritmo ipnotico che hanno le onde illuminate dai raggi di sole in una bella giornata: ti tiene incollata alle pagine, tanto da finirlo in un respiro poco prima di tuffarsi in mare e restare in apnea in questa storia.
Non ho letto tutti i romanzi di Baricco, ma amo tanto la sua scrittura. Novecento ha sempre destato curiosità in me, fino a non confermarla una notte di qualche tempo fa. Ero al telefono con il mio ragazzo, gli raccontavo del mezzo infarto che mi era venuto quella notte, alle tre, quando un quadro ha deciso di cadere dal muro al quale era appeso. Lui mi ha risposto recitandomi un monologo tratto proprio da Novecento e lì ho capito due cose: dovevo assolutamente leggere quel romanzo e… lui era l’amore che stavo aspettando.
Novecento, il mare e la musica
La storia di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento, il pianista che non è mai sceso dal transatlantico Virginian, mi ha colpita per la sua paradossale libertà. L’ho trovato controcorrente (battuta voluta) in un mondo che ci spinge costantemente a “uscire”, a esplorare, a conquistare territori sempre nuovi. Novecento, invece, sceglie di restare entro i confini di una tastiera e di un ponte di legno. Ma in quel limite, lui trova l’infinito. Baricco, secondo me, ha scritto una prosa che è puro incantesimo, capace di trasformare un piroscafo in un universo intero e un uomo senza identità anagrafica nel custode dei sogni di tutti i passeggeri che hanno attraversato l’oceano.
Ciò che mi ha incantata è stata la sua capacità di descrivere la musica attraverso il silenzio delle parole: si percepiscono le dita che corrono sui tasti, si avverte il rollio della nave durante le tempeste e si sente, quasi fisicamente, quella malinconia dolce di chi sa che la propria casa non ha radici, ma solo rotte.
La vertigine della scelta
C’è un passaggio che mi è rimasto impresso ed è quello in cui Novecento spiega perché non sia mai riuscito a scendere quella passerella. Non era la terra a fargli paura, ma la sua mancanza di confini: l’idea di una città enorme, di mille strade, di troppe donne, di troppe scelte. Ho riflettuto a lungo su questa sua “paura”: a volte, la vera forza non sta nel fare il passo verso l’ignoto, ma nel riconoscere qual è il perimetro entro il quale la nostra anima può davvero essere se stessa senza paure, senza vergogna, senza crollare.
“La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare.”
La libertà non è sempre andare altrove, ma saper stare dove la nostra musica suona meglio.
Perché leggerlo (e rileggerlo)
Novecento è un libro che si consuma in un’ora, ma che una volta letto, diventa un tatuaggio sulla pelle e te lo porti per sempre addosso. È una lettura ideale per chi, come me, ama perdersi in storie che parlano di identità, di amicizia (quella tra il pianista e il trombettista è di una tenerezza rara) e di quel confine sottile tra genio e solitudine. Baricco mi ha regalato un monologo che è un inno all’immaginazione, insegnandomi che non serve vedere il mondo per conoscerlo, se si hanno occhi capaci di leggerlo tra le note di un jazz o negli sguardi di chi passa e se ne va.
In fondo, siamo tutti un po’ come Novecento: cerchiamo solo una melodia che ci faccia sentire, finalmente, a casa.
Ps. Amore, se mi stai leggendo, a casa nostra, prima di appenderli, parliamo ai quadri, diciamoglielo, che se proprio proprio decidono di fare fran almeno lo facciano a un orario compreso tra le 9 e le 22.

