“Aiutati che Dio ti aiuta”. Mia nonna me lo diceva sempre quando, da piccola, aspettavo che le soluzioni che cercavo mi cadessero tra le mani.
Mi è tornato alla mente perché qualche giorno fa lo dicevo a un’amica che sta passando un periodo buio. So bene cosa vuol dire viverli e sono sempre stata dell’idea che superare un periodo non vuol dire scavalcarlo, ma attraversarlo. So anche, però, (forse perché è cresciuto in me questo insegnamento di mia nonna) che è l’atteggiamento che abbiamo verso le cose che ci capitano a fare la differenza.
“Aiutati che Dio ti aiuta”. Lei, da credente, pensava e pensa che sia davvero lui a mettere a posto le cose. Io, da agnostica, invece, credo che sia l’approccio a farlo. E tutto intorno poi cambia: come guardiamo le cose, come le sentiamo. Di conseguenza, anche come loro ci guardano e sentono.
Quando ero piccola, mi limitavo ad annuire con la distrazione tipica della giovinezza, convinta che fossero solo proverbi, senza accorgermi che stavo ignorando la mappa per il mio futuro; non avevo davvero capito che quel monito non era un invito alla solitudine, ma una chiave per la libertà.
Senza aspettare nessuno che venga a salvarci
Per molto tempo ho pensato che in qualche modo tutto si risolve aspettando che il tempo faccia la sua parte, che le cose, così per giustizia poetica, possano palesarsi nell’istante giusto, quello del bisogno. Quasi ad allontanare l’idea di dovermene occupare io, sollevandomi dal peso delle responsabilità verso la mia vita.
Poi è arrivata la realtà con un’immagine totalmente diversa: il mondo non si muove se non sei tu a farlo, se non cambi tu le carte sul tavolo, se non giochi, se non ti butti, se non scegli. La tua vita non cambia se resti sulla soglia, ferma, con quella sensazione sottile di essere pronta a tutto eppure incapace di compiere anche il più piccolo movimento, vittima non della sfortuna, ma di una paralizzante mancanza di iniziativa.
Fare il primo passo
Molte volte ho aspettato un segnale esterno, una sorta di autorizzazione che mi dicesse che quello era il momento giusto per agire, ignorando che quel momento si manifesta solo quando la stanchezza di restare a guardare supera la paura di fallire. È allora che fai il primo passo, anche se con il piede sbagliato, puoi sempre ricominciare dall’altro. È l’approccio che cambia ed è così che cambia ogni prospettiva, l’inerzia diventa cammino. E a tal proposito, a volte, va fatto da solo, il cammino.
Perché viviamo con quella falsa speranza che qualcuno possa arrivare a colmare le nostre mancanze? Perché siamo convinti che gli altri debbano necessariamente intuire i nostri bisogni e abbiamo la presunzione che gli altri facciano per noi quel passo che da soli non riusciamo a sostenere? Conforto, aiuto, vicinanza, sì. Ma pensare che gli altri debbano sistemarci i problemi, cucirci, guarirci, non è il modo per uscire dal loop infinito in cui siamo caduti. Il nostro valore non viene meno, non è che non meritiamo amore. Il punto è che dobbiamo imparare a guardarci dentro per scoprire con un misto di timore e meraviglia, che la mano che stavamo cercando disperatamente là fuori è sempre stata la nostra. “Aiutati che dio ti aiuta”. Eccolo che ritorna.
Le cose che si comprendono crescendo
Ci sentiamo spesso barche in mezzo al mare, in balia delle correnti e di venti imprevedibili. Persi, ci domandiamo se la bussola punta davvero il nord dopo così tanto tempo senza mai scorgere la terra ferma.
Ma perché non riusciamo a vedere che mentre cerchiamo la meta, quel porto, mentre aspettiamo di attraccare, stiamo navigando, viaggiando, che abbiamo il timone tra le mani e possiamo smettere di essere l’oggetto trasportato dagli eventi, ma il soggetto che sceglie la direzione, non più colei che aspetta che la realtà venga costruita da altri, ma l’artigiana del proprio destino.
Forse non diventeremo mai vasti come il mare, capaci di contenere ogni tempesta senza scuoterci, ma possiamo certamente imparare a non affondare, trovando in noi stessi la forza necessaria per restare a galla anche quando l’orizzonte sembra svanire.
Oggi quel proverbio di mia nonna non risuona più come una frase fatta, ma come una forma altissima di responsabilità verso me stessa, un promemoria che non nega la bellezza dell’aiuto reciproco, ma ne stabilisce il punto di partenza. Possiamo pregare, sperare e desiderare ogni cosa, ma se non siamo noi i primi a muoverci, tutto resterà immobile; il senso profondo di quel “aiutati” sta proprio nell’imparare ad accogliere le opportunità partendo dal presupposto che il primo impulso deve nascere da noi.
Perciò, smetti di aspettare di essere salvata e accetta il rischio di un passo imperfetto, perché forse nessuno ti prenderà per mano nel modo in cui lo avevi sognato, ma scoprirai qualcosa di molto più potente: la versione di te stessa che ha deciso di provarci, e quella versione, te lo assicuro, è molto più di quanto ti serva per ricominciare.

