Come quando succede qualcosa, ma non sai bene cosa e che nome dare a quello che senti: esattamente così, con lo sguardo perso che aggancia qualche pensiero chissà quale e chissà dove temporalmente parlando. È così che mi sento ora, dopo aver finito di leggere Nella carne di David Szalay, vincitore del Booker Prize 2025.
Leggerlo è significato accettare una sfida silenziosa con la mia sensibilità: la prosa di Szalay non urla mai eppure possiede la capacità chirurgica di incidere la superficie delle nostre sicurezze. Nella Carne è un romanzo che delinea una mappatura spietata e bellissima dell’esistenza maschile. È un viaggio che attraversa luoghi e stagioni della vita, lasciando addosso quel tipo di malinconia che solo le grandi verità sanno generare. Lo senti tutto “nella carne”, parola per parola.
“Nella carne” è la storia di una vita che scorre senza chiedere permesso
Quello di Szlay, lo definirei un caso letterario di di rara intensità, un romanzo intelligente, che segue la vita di un uomo, dall’infanzia all’età adulta, senza grandi eventi eclatanti, senza colpi di scena da thriller. Ma dentro a questo “niente”, succede “tutto”. C’è crescita, perdita. C’è un corpo che cambia, che desidera, che soffre. Non cerca di impressionare: con la sua scrittura semplice e dalla struttura quasi elementare, non cerca di dimostrare, quanto di mostrare. E lo fa con una naturalezza disarmante.
Nessuna vera trama da rincorrere, ma una vita da attraversare.
Nella carne segue così il percorso di István, dall’adolescenza all’età adulta, attraversando anni che scorrono quasi in silenzio, senza grandi svolte apparenti ma pieni di piccoli momenti che, messi insieme, costruiscono una vita intera. Tra relazioni che iniziano e finiscono, desideri che nascono e si consumano, lavori, incontri e distanze emotive, István si muove nel mondo spesso più come spettatore che come protagonista, lasciandosi attraversare dagli eventi più che guidarli. Ed è proprio in questa apparente normalità, in questo fluire quasi passivo, che si nasconde tutta la forza del romanzo: nel raccontare quanto possa essere complesso, fragile e profondamente umano il semplice atto di vivere.
Dentro la mia carne
La scrittura di Szlay non è nelle mie corde. Sono più tipa da libri da paragrafi lunghi, da pensieri pensati e pesanti. Prediligo storie dal pensiero strutturato, a tratti difficile. Quella che si incontra in Nella carne è invece una scrittura asciutta, quasi distante, che non ha bisogno di aggettivi roboanti perché preferisce la verità nuda e infatti colpisce più di mille parole cariche.
E a legare tutta la storia, narrata in modo semplice, di capitolo in capitolo, con voluti (secondo me) salti temporali dall’uno all’altro è la passività di István. Voglio dire che il protagonista più che vivere sembra lasciarsi vivere, non prende davvero decisioni, non guida la propria vita, la subisce.
Ho pensato a quanto è semplice leggerlo qui, tra queste pagine, e mi chiedo quante volte succede anche a noi senza rendercene conto? Quante volte restiamo fermi, aspettando che le cose accadano, senza accorgerci che nel frattempo stiamo perdendo pezzi?
Leggerlo non dà risposte, mette piuttosto davanti agli occhi una storia senza filtri che potrebbe in qualche modo appartenerci in alcune sue sfumature. Ed è raccontata senza filtri, senza cercare di renderla più bella o più sopportabile ed è forse proprio per questo che lascia quel vuoto, perché non chiude nulla, non sistema niente, non consola. Ti lascia lì a riflettere e a chiederti se sei anche tu un po’ István o se per caso l’hai incontrato nella tua vita.
Detto ciò, giustamente, hai dubbi se leggerlo o meno, vè?
E hai ragione, lo capisco. Per questo ti dico che se cerchi una storia che intrattenga, forse non è questo il libro giusto. Ma se vuoi leggere qualcosa che ti resti addosso, che ti faccia fermare, che ti obblighi a guardarti un po’ più da vicino, allora sì.
Nella carne, se dovessi paragonarlo a qualcosa, è come un giorno d’estate, la controra, quell’aria ferma e calda che non ti fa respirare e che ti intontisce, ti stona, ti lascia in silenzio.
Ecco perché alla fine mi sono resa conto che quello che mi sembrava lasciasse addosso, quel vuoto che sentivo di capitolo in capitolo, non era mancanza, ma spazio. Spazio per pensare, sentire, restare ancora un po’ dentro questa storia, dentro la storia di István, nelle parole, nelle pagine, nella carne.



