Dopo aver scritto del caso “Mia Moglie” — il gruppo Facebook in cui migliaia di uomini condividevano foto intime delle proprie compagne senza consenso — mi è rimasto dentro un silenzio pesante.
Come se dopo un’intimità violata, dopo corpi esposti e parole sporche, non restasse altro che rabbia e vuoto. E invece no, c’è sempre una risposta. Magari piccola, silenziosa, ma quotidiana, profondamente politica: è il gesto di scegliersi ogni mattina, davanti allo specchio. Non per apparire, non per piacere a qualcuno, ma per dirsi: ci sono e ci sono a modo mio.
“Un mondo proprio”: il progetto che racconta l’identità femminile attraverso il corpo e la cura
In questi giorni ho scoperto il progetto fotografico “Un mondo proprio” di Elena Bianca Zagari, pubblicato su Vogue.
L’artista racconta le donne nei loro spazi più intimi, nei quartieri di Napoli, mentre si prendono cura di sé senza essere osservate: il trucco, gli abiti, i gesti che ripetiamo ogni giorno e che, in un contesto patriarcale, diventano atti di resistenza. Perché quando il tuo corpo viene costantemente giudicato, controllato, violato — anche solo con uno sguardo o una battuta — prenderti cura di te non è vanità, è sopravvivenza. È libertà che si costruisce un gesto alla volta.
Quando vestirsi diventa un gesto politico
Sembra che la cultura in cui siamo immerse ci dica, da sempre, che il corpo delle donne è pubblico, che si può osservare, commentare, fotografare, condividere.
Il gruppo “Mia Moglie” è solo l’ultima forma visibile di questa mentalità, ma è anche per questo che vestirsi per sé stesse può diventare una forma di ribellione. Non perché l’abito risolva tutto, ma perché quel gesto — scegliere una maglia, mettersi un rossetto, legarsi i capelli come si vuole — diventa un modo per riprendersi il proprio spazio.
Un modo per dire: “Non mi nascondo, non mi espongo, mi scelgo”.
La libertà di avere un mondo che ci appartiene
Credo che con questo progetto, l’artista volesse mostrare quel “mondo proprio”. Non solo quello delimitato dalle pareti delle nostre case, dietro la porta. Avere “il proprio mondo” credo significhi avere il diritto di abitare se stesse, con rispetto, senza paura, senza dover chiedere scusa.
In una cultura che ancora ci chiede di essere belle ma non troppo, visibili ma non provocanti, libere ma entro certi limiti — scegliere di curarsi per sé è una dichiarazione d’intenti. Non per mostrarsi, non per nascondersi, ma per stare bene dentro la propria pelle.
La bellezza come risposta al controllo
Dopo la violenza, dopo il disgusto, dopo la vergogna imposta da chi si prende la libertà di violarti, scegliere la cura, l’intimità, il bello, diventa la risposta più potente.
E non ha bisogno di megafoni. A volte basta uno specchio, una stanza, un vestito, una scelta fatta con amor proprio, sì, verso sé stesse.



