Quando ero bambina, il mio nome non mi piaceva. Lo sentivo distante da me: mi pesava, quasi non mi ci riconoscevo. Non so dire perché, ma lo sentivo troppo diverso dai nomi comuni, non era “normale”, era complicato. E io che mi sono fin da piccola complicata i pensieri, le emozioni e le azioni, almeno nel nome avrei voluto essere semplice come un Anna, come un Francesca o Maria. E poi quanto sarebbe stato di più facile da spiegare a scuola, al telefono, nei moduli. E invece no: ogni volta era “De-chi?”, “Desire”, “Desiré”, “Deside con quante e”, “dove va l’accento?”.
E io sorridevo, annuivo, ma dentro pensavo: che peccato non sentirmici dentro, in questo nome indosso. Non ci si strugge per un nome, figurarsi, però un po’ ci pensavo e lo sentivo come un nome che abitavo senza abitarlo davvero.
Riscoprirsi nel proprio nome
Non so dire quando è successo, ma di colpo non mi sono fatta più chiamare “Dè”, né “Desy”. Volevo sentirmi chiamare con il mio nome. In tutta la sua freschezza, eleganza forse, non so dirlo, in tutta la sua non ordinarietà, nel suo non essere comune. Forse è perché ho iniziato a pesare anche i nomi, oltre che le parole. E allora lentamente è accaduto che non lo sentivo più distante, ma vicino a quello che ero, a quello che sono. Ho iniziato a sentirlo pieno di senso, pieno di me.
Poi, una sera, in tv, Benigni, in un suo spettacolo trasmesso sulla Rai, spiegava la Divina Commedia. Ricordo che parlò di Paradiso e di come attendesse Beatrice fra le stelle, desiderandola. Dice che questo verbo, desiderare, ci sta a pennello, perché è in qualche modo legato alle stelle. E che c’entrano le stelle con il desiderio? dice. E lui lo spiega. Perché seppur può sembrare una domanda strana, quasi poetica, la risposta è tutta lì, nascosta tra le pieghe della lingua che più di ogni altra sa raccontare l’origine delle cose: il latino.
Desiderare viene proprio da lì, da de-sidera. Dal latino desiderare, composto da de- (privazione) e sidera (stelle). Letteralmente: sentire la mancanza delle stelle. Per alcuni, dice poi, il prefisso “de” avrebbe valore intensivo e quindi il tutto si trasformerebbe in “fissare attentamente le stelle”.
La mia mente è andata al mio nome. A quanto di quella definizione ci fosse in me, a quanto davvero mi ritrovi spesso a fissare il cielo, le stelle, come se mi mancasse qualcosa, cercassi qualcosa o aspettassi qualcosa che ancora non c’è. Ecco, più che la privazione di quel “de”, ci vedo attesa, speranza, sogno. Non è possesso, è inseguire una possibilità, spingersi avanti, riempire vuoti bui di luce.
Il desiderio come direzione
Forse è per questo che scrivo. Perché desidero. Perché ogni parola che scelgo ha dentro un po’ di quel cielo pieno di stelle e un po’ del vuoto di cui crediamo sia fatto. Perché cerco qualcosa anche quando non so bene cosa sia. E se ci penso, tutto quello che amo – i libri, il mare, le persone che scelgo, le storie che racconto – ha dentro questo movimento: il desiderio di andare incontro alle cose, senza pretendere di possederle, ma che spero restino e siano presenza, siano stelle del mio cielo. Scrivere, per me, è esattamente questo: guardare in alto e camminare a piedi scalzi. Tenere lo sguardo sulle stelle, anche quando tutto sembra buio.
Ecco, oggi – che è il mio onomastico – volevo solo fermarmi un attimo a ringraziare. Chi mi ha dato questo nome. Chi ha imparato a pronunciarlo bene. Chi lo ha letto sulle copertine del mio primo romanzo, chi lo legge e pensa “chissà chi è lei?” E chi, senza saperlo, mi ha aiutata a sentirmelo addosso con più grazia.
Lo festeggio così, il 23 maggio. Con una parola piena di cielo nel cuore, gli occhi alle stelle e le stelle negli occhi e un nome che finalmente mi assomiglia.



