"Ogni punto d'arrivo è un punto di partenza"

Il paradosso delle ferie (o del non sapere più come si fa a fermarsi)

Con le ferie agli sgoccioli e la stanchezza di chi non si è fermato, ma è stato sempre lì a non annullarsi, senza concedersi il lusso di fermarsi, di annoiarsi. Dovremmo imparare che non è necessario sempre essere il meglio, non siamo sotto esame, dobbiamo solo vivere come ci va di farlo.

Aspettiamo tutto l’anno. Ci diciamo “quando arrivo ad agosto respiro”, “quando vado in ferie mi ricarico”. Eppure, eccoci qui, con le ferie agli sgoccioli: ci sentiamo stanchi di una stanchezza più mentale che fisica, perché non è quella stanchezza di quelle che dormi e passa. È quella che, anche se ti sdrai, resta, che ha più a che fare con come pensi, che con cosa fai.

Il punto è che ogni anno ci promettiamo leggerezza e invece stiamo lì con la nostra bella matita e un righello a disegnare una tabella mentale serrata: sveglia senza sveglia, ma non troppo tardi; colazione lenta, ma manco tanto però perché altri ci perdiamo la giornata. Passeggiata, mare, tramonto, libro, social. Relax, ma anche foto. Risate, ma anche storie. E in mezzo, la sensazione di dover riempire ogni minuto, come se il tempo libero fosse un contenitore da riempire e da non tenere vuoto dentro la credenza. E quindi ci spingiamo a “fare cose”, magari anche senza volontà, pur di creare una sorta di rendimento, di dimostrare che qualcosa è stata fatta, che siamo stati produttivi anche durante le nostre pause, perdendone l’essenza nell’esatto momento in cui facciamo cose tanto per non sentirci diversi, fermi, assenti.

Ci sentiamo in colpa se ci annoiamo

Accade così di sentirsi fuori posto, infelici. Ci sentiamo sbagliati, perché non ci stiamo godendo tutto come dovremmo (secondo quale schema poi? Secondo chi? Perché), come fanno tutti. A maggior ragione quando poi apriamo i nostri canali social e ci vengono scaraventate addosso le vite degli altri: gente in barca, sorrisi in controluce, corpi perfetti su scogli perfetti. Diventa inevitabile pensare: “Cosa sto sbagliando? Forse non so godermi questi momenti, le ferie, le vacanze”.

Invece no. Non è che non sei capace. È che nessuno ci ha mai insegnato davvero a fermarci. Ci hanno detto di meritare il riposo dopo averlo sudato. Ci hanno detto che due settimane d’agosto possono riparare danni da stress, di frustrazioni, di pensieri, di loop continui. Ci hanno detto che la libertà è fare tutto quello che vuoi, ma non che a volte la vera libertà è non fare proprio nulla.

Il corpo è in ferie, ma la testa è ancora (o già) in riunione

Il cuore è altrove. I pensieri sono rimasti a giugno, per alcuni anche a luglio o forse sono già a settembre. Mi viene quindi da pensare che forse il punto non è andare lontano, allontanarsi, quanto piuttosto rientrare dentro, nel qui, nel vuoto, nei respiri.

E se staccare fosse più semplice di come pensiamo?

Forse non serve salire su un aereo per staccare la spina. Forse basta poco: una camminata senza meta, senza musica, soli con noi stessi, dentro i nostri passi, perdersi un po’ ai confini tra cielo e terra, meglio se cielo e mare, guardando fuori dalla finestra, senza scrollare infinitamente contenuti sullo schermo del telefono, piuttosto lasciarlo in un’altra stanza mentre cuciniamo, leggiamo, dipingiamo, suoniamo, senza controllare l’orologio. Dormire quando abbiamo sonno, mangiare quando abbiamo fame e avere il coraggio di dire di no (che è più difficile di dire di sì alla qualunque) a tutto il resto, a quello che non ci va di fare e che forse la maggior parte delle volte fingiamo di volere, per non deludere le aspettative, per uniformarci, omologandoci.

Ecco allora che forse la vera vacanza non è dove si va, ma da cosa riusciamo a smettere di fuggire.

Il riposo non si merita, si prende e basta

Abbiamo il diritto di rallentare. Non è un male sentirsi fermi e vuoti, a volte serve, fa parte del processo, per ricominciare. Perché è dai punti fermi che si ricomincia a correre, con più slancio, con più forza e potenza. Si può vivere ed esistere senza per forza “produrre” ogni giorno, senza per forza essere performanti, al top, al meglio, ogni giorno. Dobbiamo imparare a concederci il lusso di non essere sempre al meglio delle nostre potenzialità, siamo umani, non robot, non macchine, non computer.

Concediti il lusso di annoiarti, di silenziare il mondo fuori, di respirare, di essere semplicemente te stesso. Non due settimane all’anno, ma ogni giorno, un po’. Scegliamo un momento per noi in cui “non fare”, essendo, solo.

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