Le cose di prima di Eduardo Savarese è una di quelle storie che non si sistemano in un angolo silenzioso della quotidianità e iniziano a lavorarti dentro. Non ha bisogno di colpi di scena per restare impressa, perché si muove nei dettagli, nei pensieri non detti, nei gesti trattenuti.
Dentro c’è la vita di Simeone, un ragazzo che convive con una patologia motoria progressiva e con tutto quello che comporta: adattarsi a un corpo che cambia, restare se stessi mentre il mondo attorno fa fatica a riconoscerti. È un romanzo che non si appoggia mai sul dolore, al contrario, lo attraversa con grazia e onestà, senza vittimismi.
Una scrittura di Savarese è di una delicatezza chirurgica.
Ogni parola di Savarese è scelta con attenzione, ogni descrizione ha il ritmo giusto per restare. Le cose di prima ha una voce discreta, ma stabile, accompagna con pudore dentro una storia che non chiede compassione, ma ascolto.
Mi sono sentita vicina a Simeone. In quella sua voglia di non essere definito dalla malattia, nella sua ricerca di uno spazio dove essere visto, capito, amato davvero. Mi ha colpito quella sua normalità straordinaria, quella lucidità tagliente che spesso accompagna chi è costretto a convivere con qualcosa che cambia il corpo, ma non l’anima.
Mi ha fatta pensare un po’ a me, un po’ a mio fratello
Che poi sorrido, perché mentre leggevo dello scambio di idee tra i componenti del gruppo dei fisici, tra il professore di fisica dei quanti e Simeone, pensavo a mio fratello, laureato bis in fisica delle particelle con tanto dottorato, disperso da qualche parte ad Amburgo, mentre lavora per un centro di ricerca scientifica sulla fisica nucleare.
A colpirmi in modo particolare sono stati gli scambi tra Simeone e Filippo, dove la fisica dei quanti diventa chiave di lettura esistenziale. Non è solo un tema colto, un gioco intellettuale: è uno specchio. Quando i due personaggi parlano di entanglement, del principio secondo cui due particelle, una volta connesse, restano legate anche a distanza, mi sono chiesta se non fosse questo il modo più vero di descrivere l’amore o almeno alcune forme di amore. Quelle in cui anche quando non ci si tocca più, si resta parte dello stesso campo.
E del principio d’indeterminazione, che risuona fortissimo: l’idea che osservando una particella, ne alteri inevitabilmente lo stato. È quello che accade a Simeone ogni volta che prova a raccontarsi, a spiegarsi, a farsi capire. Il solo atto di raccontarsi cambia la narrazione. E così, il corpo che cambia non è solo un corpo: è una nuova grammatica da imparare, un nuovo modo di stare al mondo, da soli e insieme.
Più che un romanzo sulla malattia, è un romanzo sulla verità
Le cose di prima non racconta solo la disabilità. Racconta il tempo, le radici, i sogni interrotti, i desideri che resistono. Parla del bisogno di sentirsi interi, anche quando la vita impone delle fratture, di quanto possa essere faticoso, a volte, abitare il proprio corpo, ma anche di quanto possa essere salvifico abitare le proprie parole. E lo fa con una naturalezza che consola, senza retorica, senza forzature. Solo verità e umanità.
Perché leggere Le cose di prima
È un romanzo che serve, secondo me, a imparare a guardare meglio, se stessi, ma anche gli altri, le proprie e le fragilità degli altri, perché Savarese attraverso Simeone ci consegna un protagonista che, pur nella sua immobilità fisica, mostra un mondo pieno di movimento interiore.
Ho letto le ultime pagine di questo romanzo sul treno di rientro verso casa, proprio poco fa. Nella testa una domanda: quanto siamo disposti a guardarci davvero, a riconoscere ciò che cambia e ad abitarlo con dignità, senza vergogna?
Ho trovato in queste pagine una tenerezza autentica, mai zuccherosa, e una lucidità che non rinuncia alla poesia. E mi sono portata via la sensazione che siamo tutti – ognuno a suo modo – in trasformazione. Tutti nel mezzo di un viaggio che ci riporta, sempre, a noi stessi. Solo con un nome diverso, una cicatrice in più, una forma nuova da abitare.



