Uomini e Topi di John Steinbeck è uno di quei libri che non hanno bisogno di 500 pagine per lasciarti qualcosa che resta: è un piccolo romanzo, ma una gran bella storia; un colpo al petto silenzioso, che arriva piano ma resta forte.
L’ho letto tutto d’un fiato, con quella sensazione che si ha quando già dalle prime pagine capisci che ti troverai a trattenere il fiato. È ambientato nell’America della Grande Depressione, tra ranch, sogni sfilacciati e promesse sussurrate sotto voce. Ma in realtà Uomini e Topi è una storia che non ha tempo: parla di desideri, fragilità, amicizia, esclusione.
La potenza della fragilità
Lennie è il personaggio che mi ha rapito il cuore. Grandissimo nel corpo, piccolissimo nella comprensione delle cose. Buono, ingenuo, impulsivo. Mi ha ricordato Forrest di Forrest Gump per la dolcezza disarmante e John Coffey de Il Miglio Verde per la sua innocenza tragica, quei personaggi che non hanno bisogno di dire tanto, perché sono le loro mani, i loro silenzi, le loro paure a raccontare tutto.
George è l’amico che lo protegge, lo guida e gli promette un futuro: una casetta, dei conigli, un posto da chiamare casa. Ma la vita – quella vera – non sempre fa spazio ai sogni, non sempre ha il tempo di ascoltare i più deboli. Steinbeck ce lo racconta senza orpelli, con una scrittura scarna, cruda e tenerissima, quasi che ogni parola fosse stata pesata con cura prima di essere scelta.
Un sogno che non basta a salvarsi
Ci si commuove, in Uomini e Topi, ma non nel modo in cui ci si aspetta. Non è solo per la tenerezza di Lennie o per la compassione che si prova. È per la consapevolezza che la gentilezza, a volte, non basta, che certe storie non hanno il lieto fine, che l’amicizia, quella vera, può essere anche l’atto più doloroso. E che i sogni sono belli finché restano nella testa, ma quando provano a farsi realtà… fanno fatica a restare in piedi.
Una lettura da fare almeno una volta nella vita
Credo che alcuni romanzi dovrebbero far parte del corredo emotivo di ogni lettore e Uomini e Topi è uno di questi. Lo consiglierei a chi cerca una lettura breve ma intensa, a chi ha voglia di lasciarsi attraversare da una storia semplice e potente, a chi crede che la letteratura serva a raccontare proprio questo: la condizione umana, in tutta la sua delicatezza.
È un romanzo che ti fa male con delicatezza, che fa riflettere sul senso di protezione, sul valore della compagnia, sulla fatica di appartenere a un mondo che spesso non accoglie, ma esclude.
E alla fine, chiudi il libro e resti lì, come adesso, su un sedile qualunque della prima carrozza di un treno. Un po’ più vuota e un po’ più piena. Non la carrozza, ma tu. Come dopo un lungo viaggio di ritorno a casa, dopo aver condiviso e vissuto appieno tutto.



