Capita, forse non tutti gli anni, ma capita. Spaesata, persa, disorientata. È strano perché poco prima che inizino le ferie so già che vorrei uscire, bere qualcosa con gli amici, organizzare cose e spostamenti. Poi quel giorno arriva: il primo giorno di ferie natalizie. E capita, capita che arriva Natale e io mi sento esattamente così: spaesato, persa, disorientata. In bilico tra voci, risate e chiacchiere e assenze, ricordi e un bisogno profondo di rallentare e prendersi una pausa da tutto e da tutti.
Come viviamo il Natale?
Intorno a me, negli anni, ho spesso visto in tutte le feste comandate questa ricerca spasmodica di momenti di felicità obbligatoria, costretti forse – a questo punto, penso – a fingere di essere felice. Chi è che lo è realmente oggi? Uscire, fare tardi la sera, bere fino a non ricordarsi il proprio nome. Non giudico questo modo di vivere, ognuno fa ciò che vuole, ci mancherebbe. Mi domando solo perché lo si fa: vogliamo davvero stare festeggiare in questo modo o ci sentiamo costretti?
Ho pensato allora che nei giorni in cui la società (?) ci impone (?) di stare insieme e socializzare, forse noi un po’ ci lasciamo andare, per poi magari accorgerci che non siamo propriamente a nostro agio. Ce ne accorgiamo poi, però, da grandi. Che sono quelle bellissime abitudini di addobbare casa, le luci dell’albero di Natale o quelle dei negozi tra le strade o la ricerca del regalo perfetto per quella persona ad avvolgerci in quella che crediamo sia felicità.
Ne parlavo con una mia amica proprio questa mattina: quest’anno come non mai queste le luci tra le strade, interi palazzi addobbati a festa e gli alberi di Natale che si affacciano illuminati alle finestre mi stanno facendo notare che ci sono tante ombre nascoste. E che forse a 30 anni (come anche no, eh) si apprezza di più stare a tavola con i propri genitori, a casa, anche senza albero di Natale. Rallentando, facendo le cose con calma, senza correre. Si apprezza di più quella cosa di uscire con tuo fratello che non vedi da cinque mesi, che ormai vive in un’altra città, in un altro tempo, in un’altra vita. Ci si illumina, come quelle luci di quell’albero mancante, quando tua nonna torna a tavola a mangiare con te dopo due settimane di punture e flebo, costretta a letto. E si sorride di più a risentirla dire che di dolci ne vuole ”ancora un’altro, ho il diabete basso oggi”.
Reinterpretare il Natale
Non so dirlo, non credo ci sia un modo giusto di viverlo. Penso solo che non ci debba essere nessuno sforzo, nessuna felicità costretta, niente di obbligato. Perché queste feste a volte sanno fare luce sulle ombre, sul buio che un po’ tutti ci portiamo silenziosamente dentro. Quello che forse nemmeno sappiamo di avere. Ecco, credo che bisognerebbe imparare a reinterpretare il Natale, che sia felice o triste, che sia caciara e caos o silenzio e pause dal resto del mondo. Reinterpretarlo e accettarlo: respirare, va bene così, nessun copione da seguire, sentiti libero di viverlo come vuoi.
Natale 2024: tra voglia di fare cose e voglia di non fare niente
Chi l’avrebbe mai detto che mi sarei ritrovata a scrivere un articolo dedicato al Natale prima della cena della vigilia per poi pubblicarlo l’indomani. Ebbene sì, come cambiano le cose. E oggi, mentre aspetto l’orata al forno, penso a cosa sarà questo Natale, che significato avrà per me. Per me che oggi ho sentito forte l’esigenza di rallentare, di buttare giù queste parole perché credo di non essere l’unica a vivere quello che sto vivendo io. Credo di non essere l’unica a sentirsi spaesata, persa, disorientata.
In bilico. Tra le cose che desidero fare, voli che voglio prendermi per allontanarmi a volte da me stessa a volte dagli altri, forse per andare a trovarmi. Tra le pause che mi merito, la necessità di prendersi una pausa e rallentare. E proprio mi rendo conto che ieri avrei voluto fare un sacco di cose oggi e invece oggi voglio solo stare qui a scrivere queste cose. Fare due chiacchiere a casa mia. Lasciarmi riscaldare le spalle dal termosifone. Guardare mia nonna che mangia le mele cotte mentre aspetta che il Papa apra la Porta Santa della Basilica di San Pietro. Senza programmi. Prendere le ore del giorno così come vengono, fare quello che in quel momento mi va di fare con chi mi va di farla. Una filosofia di vita che sto cercando di applicare a tutti i miei giorni, non solo a questi di festa. Mi rendo conto però che è più facile applicarla ai giorni ”normali” rispetto a quelli in cui si dovrebbe sprizzare gioia da tutti i pori.
È che non siamo abituati a sentirci fragili
È una cosa che ripeto da sempre, ma che sottolineo soprattutto in momenti come questi, quando ostentiamo una felicità che non abbiamo o quando vogliamo assomigliare a chi quella felicità l’ha trovata. Cadiamo in quella cosa di dover forzare tutto perché facciamo difficoltà ad accettare le nostre fragilità.
Siamo umani, con alti e bassi, luci e ombre. Arriva il momento che lo capiamo, io sto provando a farlo, ma prima o poi ci arriviamo tutti. Credo che accettare le proprie fragilità e tutte le nostre emozioni possa essere un bel regalo di Natale da fare a noi stessi quest’anno, ma anche agli altri.
Va bene così
E allora va bene così, perché ogni Natale porta con sé un bagaglio di emozioni, alcune dolci, altre più complesse. Un momento potrebbe andarci di rivivere ricordi felici, essere nostalgici, malinconici. Quello successivo, potrebbe andarci di far festa. Quello dopo ancora ci potrebbe venir voglia di evadere dalla frenesia e lasciare che il Natale sia semplicemente un giorno come tutti gli altri.
Senza fingere che vada tutto bene, ma va bene così. Senza sforzarsi di seguire un’immagine idealizzata delle feste. La magia del Natale è proprio questa: la possibilità di vivere ogni emozione per quella che è, senza giudicarla, senza respingerla, accettandola, facendola propria e rinascere da quella.
Ecco, non esiste un modo giusto o sbagliato di vivere il Natale, ma credo che la sua vera magia sia quella di fare luce sulle nostre ombre, permettendoci di vederci finalmente per come siamo realmente, con le maschere calate. Forse di far luce anche su ciò che vogliamo e su ciò che non vogliamo.
Anche basta punture alla perfezione, all’apparenza perfetta. Puntiamo piuttosto al vero: se ne guadagna in autenticità e in tempo… e saremmo anche meno stanchi!



