Quando frequentavo l’università dicevo che ogni esame era una “storia a sé” per due motivi: la materia per la quale sosteniamo l’esame e la persona che la sostiene. La “storia a sé” è perché ognuno di noi può preferire una materia piuttosto che un’altra e quindi avere una sorta di imprinting che rende più semplice l’apprendimento. Ma la “storia a sé” è anche per l’approccio che si ha nella gestione dell’esame, di qualsiasi esame si stia parlando, indipendentemente dalla materia.
Ecco, a oggi Posso offrirti un caffè? è stato presentato già tre volte e ogni volta è stata “una storia a sé”.
Un luogo, tante emozioni
Sabato scorso, Manfredonia ha accolto il mio libro e le sue pagine come si accoglie un amico al ritorno da un lungo viaggio. Lo spazio era intimo, avvolgente, eppure mi ha dato la sensazione di un orizzonte ampio, aperto, come il mare poco distante. È strano come le parole prendano forma diversamente a seconda del luogo in cui vengono pronunciate.
A Lucera, la mia città, la prima presentazione è stata un abbraccio collettivo, una casa che si riempie di voci amiche. A Foggia, un battito più intenso, una stanza piena di volti attenti, di sguardi che cercavano di capire, di entrare dentro la storia prima ancora che ne leggessi un estratto. E poi Manfredonia, la salsedine del mare la sentivo bussare alle vetrate di Arredamenti Baldassarre. La sensazione è stata quella di essere in un porto sicuro – non a caso-, ma anche in partenza per qualcosa di nuovo.
Ogni presentazione è stata un pezzo di strada. Ogni presentazione mi ha insegnato qualcosa.
Le parole si fanno incontro
Ciò che più mi emoziona, ogni volta, è vedere come il mio libro non sia più soltanto mio. Le persone che mi ascoltano, che sfogliano le pagine, che si riconoscono tra le righe, fanno di questa storia anche la loro storia. E io le vedo accendersi nei loro occhi, nelle loro domande, nei sorrisi complici quando dico qualcosa che tocca corde vicine.
Sabato è successo ancora. Un dialogo, più che una presentazione. La sensazione che ogni parola lasciata andare non si perdesse nell’aria, ma trovasse un posto in cui atterrare. Forse perché Posso offrirti un caffè? è così: un libro che parla di incontri, di connessioni inaspettate, di attimi che cambiano la traiettoria delle cose.
E non c’è niente di più bello che vederlo vivere anche fuori dalle pagine.
Ciò che resta
Ogni presentazione finisce, ma non si chiude mai del tutto. Rimane addosso come il profumo di un caffè lasciato sul tavolino di un bar, come una melodia che torna a risuonarti in testa mentre cammini, come la salsedine sulla pelle o i granelli di sabbia tra i denti, tra i capelli.
A Manfredonia ho lasciato un pezzo di questo viaggio e ho portato con me nuove parole, nuove domande, nuove emozioni.
La storia di Posso offrirti un caffè? continua. E ogni tappa è un nuovo capitolo che non vedo l’ora di scrivere.




