Il mondo fuori dalle pareti delle stanze che abitiamo, che viviamo e in cui lavoriamo ci vuole sempre “più”, mai “meno”. Più veloci, visibili, operativi. Non è concesso fermarsi, avere dubbi, prendersi del tempo per la qualsiasi cosa. Dentro a quel mondo fuori, c’è qualcosa di profondamente liberatorio nel rallentare. Liberatorio, non fallimentare. Perché rallentare, fermarsi, dubitare, titubare, non è fallire.
Venerdì scorso ero in questa modalità quando ho finito di lavorare. La chiamata serale con il mio ragazzo è durata più del previsto, sforando le solite due ore. Quando ti metti a nudo, finisci per tuffarti in discorsi interminabili che partono da un semplice “che palle” per finire da un “forse dovrei annoiarmi un po’ di più”. Perché non siamo più abituati a lasciare che le ore scorrano senza impegni da rispettare, senza notifiche da inseguire, senza l’ansia di dover “produrre”. Ho respirato, ascoltato, mi sono ascoltata. E l’ho fatto per tutto il weekend.
È qualcosa su cui sto lavorando dopo un ottobre complicato e insolito, dentro a un momento della mia vita pieno di autovalutazioni e autoconsapevolezze: non puoi essere sempre “super”, “extra”, “iper”. Non c’è niente di male nel non essere costantemente al top, sul pezzo, pronta, reattiva, scattante, sveglia. E soprattutto, sto imparando che stare fermi non è perdersi, ma è una forma di presenza, perché dentro a quei momenti in cui non vedo più un piede andare avanti all’altro verso qualcosa, ma in cui – guardando in basso – li vedo entrambi l’uno accanto all’altro, in quel momento mi sono appena ritrovata o sto provando comunque a farlo.
La trappola dell’iper-produttività
Perché io ce l’ho sempre avuta quella cosa del “ci sono”, “arrivo”, “lo faccio subito” e “consegno tutto il lavoro entro le 17”. Perché? Perché siamo nati e cresciuti con la cultura di una società che misura il nostro valore in base a quanto produciamo, quanto fatturiamo, quanto guadagniamo, adesso persino in base a quanto postiamo, quanto realizziamo. E se per un attimo smettiamo di creare o esserci – per gli altri, mica per noi stessi-, pensiamo subito di non valere più, come se stessimo sottraendo qualcosa al mondo.
Ma non è così. Non tutto ciò che conta può essere visto o misurato. A volte i processi più profondi e rivoluzionari accadono proprio nel silenzio, quando non stai correndo, non stai costruendo, eppure dentro di te qualcosa sta prendendo forma: una nuova idea, un sogno rimasto inascoltato per troppo tempo, un’emozione che finalmente ha trovato spazio, uno stato del nostro io che non ha mai trovato modo di essere libero di emanciparsi.
Il lusso dell’inattività
Mi alleno la mattina, lavoro, provo a esserci sempre per la famiglia, per gli amici che hanno bisogno di me, voglio essere sempre di aiuto, utile, perché ho sempre quella sensazione addosso di sprecare il mio tempo se non lo riempio, se resto ferma. E in questa mia iperattività, mi sto allenando a fare una cosa nuova: concedermi il lusso di annoiarmi. Sembra assurdo dirlo così, ma è vero. Viviamo in un tempo in cui anche la noia è vista come un difetto da eliminare. Eppure, è proprio nella noia che si sedimentano pensieri nuovi, che generano nuove visioni, nuove sfumature.
Nelle pause si fanno i conti con sé stessi, ci si guarda allo specchio, senza filtri e si scoprono cose. Alcune fanno male, altre fanno bene. Ma tutte, in qualche modo, ci portano tutte più vicino alla versione di noi che vogliamo diventare davvero, allontanandoci da ciò che non vogliamo più essere o da quello che semplicemente abbiamo accettato di essere stati e di essere in questo momento per guardare al noi di domani.
Disconnettersi per ritrovare connessione
Fermarsi non vuol dire arrendersi: vuol dire spogliarsi per un attimo dell’armatura. Quella che indossiamo ogni giorno per essere all’altezza, per dimostrare qualcosa, per competere, per piacere. Fermarsi è dire: “basta così, per adesso va bene anche solo respirare, mi vado bene così”.
E in un tempo che ci vuole sempre connessi, sempre performanti, difendere uno spazio di silenzio, lentezza e disconnessione diventa un atto di resistenza gentile, un modo per tornare a sentirci interi e autentici.
Essere autentici è la vera rivoluzione
Perché poi, quell’armatura, per chi la mettiamo? Per noi? O lo stiamo facendo per gli altri? E soprattutto ci pensate mai al perché facciamo sempre tutto in relazione agli altri? Come se fossimo in un’eterna lotta con gli altri. Ma che si vince alla fine di questa gara con persone che nemmeno conosciamo? Non serve arrivare primi se, nel farlo, perdiamo noi stessi. Non dobbiamo sempre mostrarci all’altezza della situazione, forte, pronto, perfetto. La verità è che abbiamo solo bisogno di allenarci all’autenticità, non alla perfezione, di imparare a brillare anche nei nostri momenti di buio.
Perché la luce per brillare ha bisogno del buio.
Rallentare, oggi, è un gesto rivoluzionario. Non è una fuga, ma un ritorno, un ritorno a sé stessi, a ciò che ci muove davvero, a ciò che conta. E allora facciamolo: impariamo a rallentare, a respirare, a stare, semplicemente “stare”, anche senza fare nulla, anche solo per tornare a sentirci vivi.



