Avevo grandi aspettative per L’uomo duplicato.
Dopo aver letto Cecità, che mi aveva travolta con la sua potenza cruda e insieme poetica, mi aspettavo di ritrovare in questo romanzo lo stesso vortice di pensiero, la stessa intensità, la stessa capacità di scavare a fondo nelle pieghe dell’essere umano.
E forse è proprio questa attesa a rendere ancora più difficile ammetterlo: non mi è piaciuto.
Saramago resta un gigante. La sua scrittura è riconoscibile da lontano: quella punteggiatura personalissima, quel flusso continuo che chiede di essere seguito con attenzione, quel tono da narratore onnisciente che osserva, guida, ammonisce, ironizza. Eppure in queste pagine ho sentito mancare il respiro.
Un’idea potente, un ritmo faticoso: la trama de “L’uomo duplicato”
L’idea è potente: un uomo, Tertuliano Máximo Afonso, scopre guardando un film che esiste un attore identico a lui. Non simile: identico. Da lì comincia la sua ossessione per capire chi sia, da dove venga, se sia un caso, un destino o qualcosa di più inquietante. Un tema interessante, che affonda nelle domande più antiche sull’identità, sull’unicità, sull’io e sull’altro.
Eppure, pagina dopo pagina, quell’idea sembra allungarsi in un racconto che procede come un passo pesante, più cerebrale che emotivo. Tertuliano pensa, ipotizza, ragiona, si tormenta. Ma non coinvolge.
Mi sono ritrovata spesso a leggere senza entrare davvero. Come se ci fosse sempre una distanza, una nebbia che non si dirada.
Quando la forma diventa fatica
Saramago non ha paura di sperimentare. È uno di quegli autori che non addolcisce, non spiega troppo, non rende facile. Ma se in Cecità questa scelta stilistica si intrecciava con il contenuto, amplificandone il senso di spaesamento e disorientamento, qui l’ho trovata a tratti respingente. Faticosa. Non solo per la forma, ma per il tono e il ritmo narrativo che non si aprono mai davvero.
Mi è mancato il coinvolgimento emotivo. L’urgenza. Quel filo invisibile che ti fa continuare a voltare pagina perché senti che qualcosa, da qualche parte, ti sta toccando. Con L’uomo duplicato ho voltato pagina per arrivare in fondo, non per necessità. Ed è un peccato, perché le domande che pone sono tutt’altro che banali.
Perché forse non fa per me (e va bene così)
Non credo che sia un brutto libro. Credo che non sia un libro per tutti. O forse semplicemente non era il momento giusto. O forse ero io, con il bagaglio di chi ha amato profondamente un’opera dello stesso autore e cercava di ritrovarla.
Mi sono chiesta se sia giusto scrivere una recensione così per un autore come Saramago. E la risposta è: sì. Perché anche i grandi non arrivano a tutti, sempre. Perché si può restare affascinati da una penna e sentirsi distanti da un suo capitolo. E perché leggere vuol dire anche questo: accorgersi di cosa ci prende e cosa no. Senza forzarsi.
Lo consiglio a chi ama le riflessioni filosofiche, le narrazioni rarefatte, i romanzi che si interrogano più che rispondere. A chi non ha fretta e non cerca emozione, ma analisi. A chi ama perdersi nei meandri della mente, anche a costo di non ritrovarsi del tutto.



