"Ogni punto d'arrivo è un punto di partenza"

Tutto quello che non diresti al tuo psicanalista, ma “Portnoy” sì {libri}

Un romanzo travolgente e irresistibile, Portnoy di Philip Roth fa ridere di gusto mentre mette a nudo nevrosi, desideri, contraddizioni e fragilità con una lucidità disarmante.

Se vi imbarazza parlare di sesso, questa recensione non fa per voi. O meglio, Portnoy non fa per voi.

Come ogni mese, il mio viaggio e quello dell’intero bookclub finisce dentro a romanzi sempre nuovi e temi sempre diversi. Quello del mese di febbraio è stato per l’appunto il sesso. La scelta è ricaduta su Portnoy di Philph Roth, un salto dentro a qualcosa di più di un semplice racconto erotico o trasgressivo. è stato un viaggio dissacrante, brillante, se vogliamo anche scandaloso, ma profondamente umano, dentro le nevrosi dell’identità, della famiglia e del desiderio.

Qualcosa come Portnoy, mai letto prima

Non so contare il numero delle volte che il nome dell’autore di Portnoy, “Roth” sia stato pronunciato dal mio ragazzo. Quasi mi sono chiesta se fosse più innamorato di lui che di me. Scherzi a parte, quando alzava gli occhi al cielo ricordando e rimandando apprezzamenti alla grandezza del suo modo di scrivere, non sapevo perché, ovviamente. Di Roth non ho mai letto nulla, infatti.

E invece eccoci qui a leggere l’unico suo romanzo che non aveva tra gli scaffali, sotto la scrivania, sotto i letti (accumulatore seriale di libri lui, sì) e che finirò quindi io per raccontarlo a lui.

Il primo impatto

Avevo paura fosse uno di quei romanzi che parlano di sesso solo per scioccare. E invece Roth mi ha presa per il colletto della camicia e mi ha fatto sedere (meglio, sdraiare) sul lettino di uno psicoanalista, proprio come Alexander Portnoy, protagonista e narratore dell’intero monologo, che racconta a un dottor Spielvolgel muto, ma onnipresente) il suo delirio intimo.

Ho riso tantissimo e di gusto, cosa davvero rara da riuscire a fare davanti a un libro. Riesce contemporaneamente a farti ridere e riflettere. È quel tipo di libro che ti prende alla sprovvista: mentre ridi sguaiatamente, ti accorgi che sotto c’è un dolore sottile, un’umanità nuda che ti resta addosso.

Desideri, repressioni e famiglia

Portnoy è un fiume in piena, una valanga di parole, confessioni e paradossi. C’è qualcosa di terribilmente familiare nel suo flusso di coscienza in piena terapia. Non nei dettagli specifici, si intende, (lo spero!), ma nella tensione che abita ognuno di noi quando si scontra con i propri desideri, con le aspettative della propria famiglia, coi sensi di colpa religiosi (nel caso di Portnoy maggiormente) sociali e culturali. Per esempio, la madre di Portnoy sembra essere il cuore pulsante di tutta la sua crisi identitaria e sessuale.

Sì, c’è sesso e ce n’è tanto. Desiderato, consumato, idealizzato e anche ridicolizzato delle volte. Ma ogni scena (estrema o sconveniente) a Roth serve per parlare di qualcosa di più grande: la lotta interiore tra ciò che vogliamo e ciò che pensiamo di dover volere.

Assolutamente da leggere

…se vuoi scardinare una volta per tutto il perbenismo dalla narrazione di tutti i giorni! Perché Portnoy spiazza e mette a nudo (in tutti i sensi, scusate, ma questa me la sono servita da sola su un piatto d’argento) la psiche di un uomo qualunque. Qui si ride di dolori e ci si riconosce nei pensieri più scomodi. Non vi dico per cosa, ma mi sono trovata più volte ad annuire alle pagine di questo romanzo.

È un romanzo che ti fa venire voglia di parlarne, di rileggerne pezzi, di discuterlo, forse perché non lo si fa poi abbastanza, di questi temi intendo, o meglio, forse non lo si fa nel modo in cui lui lo fa, così semplice e diretto.

Sì, te lo domandi “ma cosa ho appena letto?”, ma poi ti rispondi anche “sicuramente non un libro sul sesso”, perché è molto di più: è un romanzo sulla nostra contraddittoria e insopportabile umanità.

E Philph Roth non ha fatto altro che costruire una voce narrante per dimostrare quanto a volte basti confessarsi per raccontare il mondo.

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