In questi giorni si è tornati a parlare di Gaza. Non che se ne fosse mai smesso, ma il dibattito ha ripreso spazio, attenzione, rabbia. A riaccendere tutto è stata una frase pronunciata in diretta televisiva nel programma È sempre Cartabianca: “Definisci bambino”.
Una richiesta rivolta al comico, conduttore televisivo e attore Enzo Iacchetti durante un confronto sull’altissimo numero di vittime civili palestinesi. Una frase diventata virale, una frase che non è solo fuori luogo, ma credo profondamente pericolosa, perché apre la strada a un tipo di retorica che cerca di giustificare l’ingiustificabile. Quella che, nel pieno di una guerra, prova a ridefinire persino l’innocenza.
Gaza, le vittime civili e il peso delle parole
Nel conflitto israelo-palestinese, i numeri sono sempre stati al centro delle cronache. Ma oggi, in una fase in cui le vittime civili a Gaza – tra cui moltissimi bambini – aumentano ogni giorno, il linguaggio dovrebbe essere una forma di cura. E invece è diventato un’arma.
Dire “definisci bambino” non è una richiesta neutra. È un modo per mettere in discussione la legittimità delle emozioni altrui. Per insinuare che forse, in fondo, quei bambini non lo erano abbastanza. Che potevano essere complici, scudi umani, pedine. Qualsiasi cosa, pur di non vederli per quello che sono: bambini innocenti, vittime di una guerra che non hanno scelto.
Il confronto tra Enzo Iacchetti ed Eyal Mizrahi
Durante la puntata, Enzo Iacchetti ha reagito con evidente dolore e rabbia alla frase “definisci bambino” pronunciata da Eyal Mizrahi. Un momento che ha colpito migliaia di persone sui social e riacceso il dibattito sulla narrazione mediatica del conflitto.
Iacchetti ha ricordato con forza che un bambino non si definisce, si protegge. E ha dato voce a un sentimento condiviso da molti: la stanchezza e la rabbia di fronte a un linguaggio che tenta di spostare il peso delle responsabilità. Invece di concentrarci su chi muore, ci si interroga su chi ha diritto o meno a essere considerato “innocente”.
Le parole contano
Quando si parla di conflitti, di guerra, di bombardamenti, le parole che scegliamo non sono mai neutrali. Possono umanizzare o disumanizzare, possono servire a raccontare il dolore oppure a giustificarlo.
In questo caso, il tentativo di ridefinire la parola “bambino” è un meccanismo pericoloso che punta a minimizzare le responsabilità di chi ha colpito. È una strategia comunicativa che trasforma il dolore in oggetto di dibattito, invece che in motivo di mobilitazione.
Quando ho sentito quella frase, mi sono venuti i brividi. Non quelli che ti attraversano per un’emozione forte, ma quelli che arrivano quando qualcosa ti fa davvero orrore, ti fa schifo, quando provi ribrezzo e non puoi immaginare come si possa arrivare a tanto. Quando qualcosa dentro di te si ritrae, si irrigidisce, si spezza.
Non è un caso che questa frase sia diventata virale. C’è già abbastanza dolore quotidiano a Gaza, già abbastanza distruzione, già abbastanza vittime. Quello che questa frase prova a fare è un’altra forma di violenza: sottrarre, con il linguaggio, un diritto fondamentale — il diritto alla verità, il diritto ad essere riconosciuti come esseri umani, come bambini innocenti.
È un tentativo di victim blaming: non negare l’orrore, ma insinuare dubbi sul chi, sul come, sul “sei proprio sicuro che quel corpo lì fosse solo un bambino?”. È la disumanizzazione che comincia con la definizione.
“Bambino” non è un’etichetta da negoziare. Non è un parametro su cui fare sondaggi, calcoli o distinzioni. Quando dici “bambino”, dichiari che quel corpo, quel viso, quella voce non hanno scelta. Che non c’è complicazione che possa togliergli l’innocenza. Negarlo vuol dire togliere dignità. Vuol dire che anche il dolore può essere messo in discussione, che anche la morte può essere considerata parte di una strategia. E in questo, il linguaggio diventa un arma.
Indignata, arrabbiata, schifata, delusa
Non abbiamo in mano la soluzione al conflitto. Ma abbiamo voce, pensiero, strumenti. Possiamo scegliere di raccontare le cose in modo onesto, senza cedere a provocazioni che spostano l’attenzione dalla realtà.
“Definisci bambino” non è una provocazione intelligente. È una bassezza disumana, un tentativo sporco di giustificare ciò che non ha giustificazioni. È la forma più codarda del dibattito: quella che non delegittima il dolore, minando l’innocenza, giocando con i cadaveri. E no, non si può stare zitti. Perché se dobbiamo metterci a definire un bambino, significa che abbiamo perso del tutto il senso di cosa significa essere umani. E io non voglio abituarmi a un mondo in cui anche l’innocenza, anche l’infanzia deve difendersi dalla propaganda.



