"Ogni punto d'arrivo è un punto di partenza"

Giornata contro la violenza sulle donne: non basta più parlarne, bisogna ascoltare davvero

Il 25 novembre non può essere solo una data simbolica: è un richiamo potente a vedere, ascoltare e agire. Dietro ogni numero c’è una vita spezzata, una storia interrotta, una voce che merita di essere ricordata. Combattere la violenza sulle donne significa costruire una cultura nuova, fatta di rispetto, ascolto e responsabilità quotidiana.

25 novembre. È diventata una di quelle date che conosciamo tutti. Un giorno in cui si indossano scarpe rosse, si dipingono panchine, si riempiono le bacheche di messaggi di solidarietà. Un giorno importante, certo. Ma che rischia di diventare un’abitudine, un rituale che si ripete senza cambiare davvero ciò che dovrebbe cambiare: la cultura che normalizza, giustifica, sminuisce, ignora.

Perché la violenza sulle donne non si manifesta solo con i lividi. Ha il volto del controllo, della manipolazione, del possesso. Ha la voce di chi ti dice come vestirti, cosa fare, chi frequentare. E a volte, non ha nemmeno voce: è fatta di silenzi, di porte chiuse, di libertà negate un pezzetto alla volta.

I numeri che non vogliamo leggere

Secondo il report Istat pubblicato a novembre 2025, sono già più di 50 le donne uccise in Italia.

Dietro a ogni numero, c’è un nome, c’è una storia, c’è una donna che aveva una vita piena di sogni, di progetti, di piccoli gesti quotidiani, una donna che, molto spesso, aveva già denunciato o che non aveva trovato il coraggio o il modo di farlo.

E allora non possiamo limitarci a indignarci oggi. Non possiamo piangere postumi quando un altro nome viene pronunciato in un telegiornale. Serve un lavoro culturale costante, lento, silenzioso ma ostinato, serve insegnare che l’amore non è mai possesso, che la gelosia malata non è mai una prova di affetto, che la libertà dell’altro è inviolabile.

Non basta più parlarne

Non basta dire che siamo contro la violenza, bisogna ascoltare, bisogna credere, bisogna intervenire prima, molto prima che si arrivi a contare l’ennesima vittima. Serve una rete sociale che funzioni davvero, educazione sentimentale nelle scuole, serve un sistema giudiziario che protegga chi denuncia. Serve che ogni donna si senta al sicuro quando parla e non esposta, non messa in dubbio, non giudicata.

Serve un impegno collettivo che inizi nei salotti delle case e si estenda agli uffici, ai bar, alle scuole, ai social, perché la violenza di genere non nasce nei tribunali, nasce nei luoghi della vita quotidiana, nei linguaggi, nei silenzi, nelle risate sbagliate, nei “ma sì, dai, stava scherzando”.

Ogni donna che non c’è più aveva una vita, una casa da abitare, una canzone preferita, una risata inconfondibile, una voce. E allora il 25 novembre è anche per questo: per ridare voce a chi è stato messo a tacere, per tenere accesa una luce dove troppo spesso c’è buio.

Questa giornata non può e non deve essere solo un simbolo: deve diventare un grido collettivo, non solo per ricordare chi non c’è più, ma per proteggere chi è ancora qui, per riconoscere i segnali, per tendere la mano, per essere accanto.

La cultura è l’unico antidoto

Dobbiamo cominciare da qui: dalle parole, dalle narrazioni, dalle piccole cose che ogni giorno possiamo cambiare. La cultura della non violenza si costruisce con l’educazione, con l’esempio, con il linguaggio. Non possiamo restare fermi, non possiamo lasciare che l’indifferenza copra la voce di chi chiede aiuto.

E allora sì, oggi è il 25 novembre, ma non può finire qui. Il vero cambiamento comincia domani e dopodomani, comincia quando non ci gireremo più dall’altra parte, quando non ci limiteremo a “dire” ma inizieremo a fare.

La violenza contro le donne non è un’emergenza, è una realtà strutturale e non possiamo combatterla solo con i minuti di silenzio, serve rumore, serve coraggio, serve la forza di scegliere ogni giorno da che parte stare e non è mai quella del silenzio.

Credits foto: Marzia Perrotta

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