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Metafore: parole vestite da immagini

Le metafore non sono solo figure retoriche: sono rifugi, carezze, ponti emotivi tra ciò che sentiamo e ciò che riusciamo a dire. A partire da una scena indimenticabile de Il Postino, questo articolo è un viaggio dentro la forza delle parole che emozionano e ci somigliano. Perché a volte non serve spiegare, basta far sentire.

Sono passati 31 anni dalla morte di Massimo Troisi. Su Rete4, in sua memoria, danno Il Postino e Dio solo sa quanto ho visto e rivisto questo film provocandomi sempre la stessa emozione. Oserei dire, persino crescendo di intensità con gli anni, crescendo. Forse perché ho scoperto lati di me che prima non conoscevo, che sono stati e sono oggi pronti a cogliere e ad accogliere nuove sfumature di questa storia, come di tutte le altre. E se prima mi commuovevo per i non detti e gli sguardi di Mario e Beatrice, ora lo faccio per le metafore.

È bastata quella scena, quella della metafora, a farmi bagnare gli occhi, a farmi sentire un nodo in gola

Neruda: Qui, nell’isola, il mare e quanto mare. Esce da sé a ogni istante, dice di sì, dice di no, poi di no. Nell’azzurro, nella spuma, nel galoppo, dice di no, poi di no. Non può stare tranquillo. Mi chiamo Mare, ripete, battendo su una pietra senza riuscire a convincerla. Allora, con sette lingue verdi di sette tigri verdi, di sette cani verdi, di sette mari verdi, la percorre, la bacia, la inumidisce e si batte il petto ripetendo il suo nome. Allora che cosa te ne pare?

Mario: Strano. Come strano?

N: Sei un critico severo.

M: No, non mi riferivo alla poesia. Strano come mi sentivo io mentre la dicevate.

N: E come ti sentivi?

M: Non lo so, le parole andavano di qua e di là.

M: Come il mare, allora.

N: Esatto, come il mare.

N: Ecco, questo è il ritmo.

M: E in effetti mi è venuto il mal di mare, perché… non lo so spiegare, mi sono sentito come una barca sbattuta da tutte queste parole.

N: Come una barca sbattuta dalle mie parole? Tu lo sai cosa hai fatto, Mario?

M: No, che ho fatto?

N: Una metafora.

M: Vabbè, però non vale, perché non la volevo fare.

N: Volere non è importante, perché le immagini nascono causalmente.

M: Allora voi che volete dire… per esempio, non so se mi spiego, il mondo intero, compreso il mare, il cielo, la pioggia, le nuvole, eccetera, eccetera, il mondo intero è la metafora di qualcosa?

Le metafore disarmano

Proprio come ha fatto questo dialogo tra Pablo Neruda e Mario Ruoppolo ne Il Postino. Non mi vergogno a dirlo, ho pianto. Le lacrime scendevano sulle mie guance come se fosse la cosa più normale del mondo piangere per quella scena, per quella intimità, per quell’imbarazzo che si cela dietro a domande che si credono inopportune e sono invece quanto più vero, concreto e reale possibile.

È stato disarmante, perché ho sentito forte il potere della parole prima e l’intensità delle immagini, della nostra immaginazione. Quanto può essere profonda una metafora?

Nessuna formula, nessuna figura retorica da analizzare. Parliamo di metafore: carezze sul viso, ripari in cui fuggire e allontanarsi dal resto del mondo, posti in cui allentare la presa, sentirsi liberi di essere chi si è davvero, senza maschere. Metafore: il modo più vero che abbiamo di dire tutto, senza veli, senza schermi, senza schemi, per dire tutto, per sentire più forte, più dentro.

Quando le parole non spiegano, ma fanno sentire

Ecco, allora, che delle volte le parole giuste non sono quelle precise, magari che hai anche sulla punta della lingua, quelle ricercate da lessico forbito. A volte, quelle giuste, sono quelle che arrivano dove serve che arrivino, quelle che scuotono, che fanno tremare le gambe, mancare i respiri. Sono quelle che fanno dire “è proprio così che mi sento, come fai a saperlo?”.

“Mi sentivo come una barca sbattuta da tutte queste parole”, se solo penso a quante volte mi ci sono sentita così, tra le parole dei capitoli dei libri che divoro, tra le parole delle cose che provo a scrivere, cancellare, riscrivere. Che immagine potente e forte.

Ecco, tra le pieghe del sentire, c’è una strada, la metafora, che porta dal complesso al semplice, da quello che sentiamo dentro di noi a quello che raccontiamo al di fuori di noi, da dove vorremmo andare a dove poi andiamo realmente.

Emozioni che si raccontano meglio con le immagini

C’è una cosa che ho capito scrivendo: le emozioni più vere hanno bisogno di immagini per respirare. Perché dire “sono felice” può bastare, senza ombra di dubbio, ma se voglio farti capire il mio grado di felicità, come mi sento, te lo spiego con un’immagine.

E io mi sento felice, per esempio, serena come non lo ero da tempo. Felice e serena come quando punti lo sguardo al cielo azzurro intenso, i raggi del sole giocano con i tuoi occhi, solleticandoti l’iride nascosta dietro agli occhiali, facendoteli un po’ lacrimare, un po’ dandoti fastidio, un po’ accecandoti, un po’ forse a rilasciare quelle gocce d’acqua per pulire lo sguardo, far sì che tu possa guardare meglio il passaggio di un gabbiano che garrisce sul pelo del mare. Perché a vedere vedi bene, ma a guardare forse ancora no. A porre lo sguardo così intensamente sulle cose belle che ti circondano stai imparando solo ora che guardi davvero e guardi tutto con l’anima aperta a vivere leggera, godendo di quella piccola minuscola immagine che hai creato nella mente. Ne riesci persino a sentire il profumo, di quell’immagine. Salsedine. La freschezza dell’acqua che arriva sui piedi, la sensazione di far sprofondare i talloni nella sabbia morbida della battigia. Così sono felice, così sono serena, come tutto questo e un po’ di più

Ecco cos’è una metafora, un’immagine che racconta al posto nostro, dicendo tutto senza dire troppo.

Non fronzoli, ma necessità dentro alle metafore

Forse per alcuni sono giri di parole, io credo siano il centro di tutto, perché ci aiutano a sentire che a volte, se non sempre, è più importante che spiegare.

Ecco, le metafore sono quelle immagini che si attaccano alla pelle, anche quando le parole, una volta dette, sembrano svanire. Le metafore restano. Restano a raccontare quello che non avremmo saputo dire in nessun altro modo se non quello usato. E quando tornano, lo fanno all’improvviso, come certe onde che sembrano ormai andate e invece si riaffacciano sulla riva, più forti, più limpide, più vere.

È questo che fanno le parole quando riescono a somigliare a noi, quando ci riflettono, quando parlano di noi, ma anche per noi.

E quindi, forse, a scuola dovremmo insegnarle come lessico emotivo da usare quando ci mancano i verbi, quando le congiunzioni non bastano a tenere insieme i pezzi, quando la punteggiatura non riesce più a fermare le frasi. Insegnarle, dico, come le parentesi in cui infiliamo tutto ciò che non riusciamo a dire, non per mancanza di coraggio, ma per paura di non essere capiti.

E alla fine, che cos’è una metafora se non una possibilità in più di essere compresi, di sentirsi meno soli?

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