Lo dico con la voce di chi ci ha pensato a lungo, sfogliando ogni pagina con quella sensazione che solo certi libri riescono a lasciarti addosso: Open di André Agassi non è un’autobiografia sportiva. È una resa. Una confessione. È la storia di un uomo che ha fatto pace, finalmente, con se stesso.
L’abbiamo scelto come lettura del mese di maggio per il bookclub e ne sono felice. Felice perché è un libro che non ti aspetti. Felice perché parla di un tema che ci riguarda più di quanto pensiamo: cosa succede quando la vita che viviamo non è quella che abbiamo scelto?
Agassi lo dice subito, senza troppi giri di parole: odia il tennis. Lo ha sempre odiato. E lo ha odiato mentre lo praticava, mentre vinceva, mentre diventava il numero uno al mondo. Una vita intera a colpire una pallina per soddisfare un sogno che non era il suo. E intanto, dentro, a rompersi piano, giorno dopo giorno.
In Open, Agassi non si risparmia
Nel raccontarsi, Agassi non risparmia nulla. Non l’infanzia rubata da un padre ossessivo. Non la solitudine dei campi da gioco. Non gli errori, le bugie, le cadute. Eppure, pagina dopo pagina, senti nascere qualcosa. Una nuova voce. Un respiro più libero. Un uomo che smette di lottare contro sé stesso e comincia a cercare (e poi trovare) la sua verità.
Leggere Open è stato come sedersi in silenzio ad ascoltare un’ammissione. Una di quelle rare, che arrivano solo quando si è pronti a spogliarsi davvero. È un libro pieno di ferite, ma anche di guarigioni. Di rimpianti, ma anche di seconde possibilità. Di tutte quelle volte in cui abbiamo detto “sì” agli altri e “no” a noi stessi.
Dentro c’è la vulnerabilità maschile, le aspettative familiari, il peso delle scelte non scelte, il bisogno di fallire per ricominciare. Ci sono riflessioni che meritano voce. Anche la nostra.
E poi, a un certo punto, in mezzo a tutta questa complessità, si fa spazio una verità semplice: si può vincere anche quando si perde. Anzi, forse è proprio lì che si comincia davvero a vincere. Quando scegli di smettere di combatterti e impari a sceglierti.
Open è il titolo perfetto
Perché sì, è un libro aperto. Ma anche un invito. A essere più aperti noi. Con noi stessi, prima di tutto.
Non mi aspettavo che Open mi parlasse così tanto. Non perché non conoscessi Agassi, non perché non mi incuriosisse la sua storia, ma perché non credevo che tra le righe di un’autobiografia sportiva avrei trovato me. Le mie paure, i miei conflitti, quella voce interna che, per anni, mi ha fatto credere che per essere amata, dovevo eccellere. Fare. Dare. Correre. Sempre un passo avanti a me stessa.
E invece, in queste pagine, ho trovato il contrario. Ho trovato un uomo che ha corso tutta la vita, sì, ma in tondo. Sempre nello stesso punto, sullo stesso campo, contro lo stesso avversario: sé stesso.
Mi ha colpita la sua trasparenza, quella voglia di spogliarsi senza fare rumore. Di raccontare la parte più dura, quella che si tiene sotto pelle, che non fa notizia e che non si mostra mai, perché è più facile raccontare i trofei che i vuoti che lasciano.
E poi c’è stato un momento preciso, uno di quelli che segnano. Quello in cui Agassi dice di odiare il tennis. Di averlo sempre odiato. Ma di non essere mai riuscito a smettere. Di non aver mai avuto il coraggio di dire “basta”, perché da quel gioco dipendeva tutto: il padre, l’identità, il mondo che si aspettava da lui sempre e solo una cosa.
Quante volte ci è successo? Quante volte abbiamo fatto, dato, scelto qualcosa che non ci somigliava, solo per non deludere, solo per non perdere un posto nel cuore di qualcuno?
Open è anche questo: il ritratto di un uomo che impara a guardarsi. Che smette di rincorrere l’approvazione e comincia a chiedersi: “Cosa voglio io?”. È un libro che parla di fragilità con una forza immensa. Che ti insegna che non sei le cose che fai, non sei nemmeno le cose che hai sbagliato. Sei le cose che scegli quando finalmente ti ascolti.
E allora no, Open non è solo la storia di un tennista. È la storia di una liberazione. Di una resa consapevole. Di una riscrittura possibile.
Ed è anche un promemoria per me: la prossima volta che sentirò di non essere abbastanza, mi ricorderò che la vera forza sta nel fermarsi. Guardarsi. E scegliere. Anche se fa paura. Anche se tremano le mani.
Perché si può essere campioni del mondo e sentirsi vuoti. Ma si può anche non vincere niente e sentirsi finalmente pieni.



