"Ogni punto d'arrivo è un punto di partenza"

“Le ricette della signora Tokue” di Sukegawa: il Giappone che insegna a rallentare

Un romanzo delicato, lieve ma profondo, che parla di solitudine, ascolto e seconde possibilità. Le ricette della signora Tokue è una storia che sembra semplice, ma custodisce una verità universale: per guarire, serve qualcuno disposto ad ascoltarci davvero. Ambientato in Giappone tra dorayaki e silenzi, è un invito a rallentare, a guardare oltre le apparenze e a riscoprire la bellezza delle cose fatte con il cuore. Un libro che ti resta addosso, come il profumo della marmellata appena fatta.

Come rallenta il Giappone, come apprezza il Giappone, come si meraviglia, come guarda e non vede, com’è educato il Giappone. Ho sempre amato questa cultura lenta, attenta, educata, precisa, gentile. Ciononostante, non ho mai apprezzato del tutto i romanzi giapponesi: ne ho letti davvero pochi.

All’ultima cena al buio del bookclub mi è capitato Le ricette della Signora Tokue di Durian Sukegawa, non sapevo che aspettarmi. È stata una lettura semplice, veloce e scorrevole, ma non mi ha presa, travolta come avrei voluto facesse, confermando l’idea che ho di questi romanzi. Ma, c’è un ma!

La trama de Le ricette della Signora Tokue: il sapore delle cose invisibili

Sentaro, uomo disilluso, trascina i suoi giorni dietro al bancone di una piccola pasticceria. Non sogna più, si sente fuori posto nella sua stessa vita. Un giorno, nella sua esistenza piatta entra Tokue, un’anziana donna dalle mani segnate e dallo sguardo mite, che gli propone di lavorare con lui. Sa preparare l’an, la confettura di fagioli rossi che è l’anima dei dorayaki. E lo fa con cura, con attenzione, con rispetto. Come se ogni ingrediente fosse sacro.

Tokue ha un passato difficile, marchiato da una malattia che ha fatto di lei un’ombra per la società. Ma ciò che colpisce non è la sua sofferenza, è la sua luce. La luce di chi, nonostante tutto, continua a cucinare an come se stesse scrivendo lettere d’amore al mondo.

Ma ho visto il Giappone, i ciliegi in fiore, quella cultura che tanto guardo con ammirazione

Sfogliando le pagine di questo breve romanzo, ho visto i ciliegi in fiore, ho immaginato le strade, quel locale, ho persino sentito il profumo dell’azuki prima e dei dorayaki dopo. Ho percepito la dedizione delle mani che impastano, degli occhi che guardano, di Tokue e Santoro che “ascoltano” e mi sono talmente tanto lasciata prendere dalle sensazioni che mi stavano regalando quelle immagini che un po’ volevo provarli quei dorayaki, un po’ volevo guardarli anche io quei ciliegi, un po’ volevo anche io farmi insegnare ad “ascoltare” dalla signora Tokue.

Nonostante non sia tra i romanzi che rileggerei, la sua storia mi è rimasta attaccata alla pelle dopo aver letto le ultime pagine, perché come ogni romanzo giapponese che si rispetti, c’è una morale che lascia il segno, una lezione di vita, come andrebbe davvero vissuta la vita.

Il sapore delle cose invisibili

Le ricette della Signora Tokue è un romanzo che insegna esattamente questo: il valore delle cose semplici, invisibili. Delle mani lente, del tempo che non corre, dell’ascolto, benedetto ascolto; insegna a guarire le ferite con la gratitudine. È una carezza per chi ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa.

Mi ha ricordato l’importanza di esserci davvero nelle cose che facciamo, che si tratti di cucinare, ascoltare, scrivere o amare. Insegna che anche le esiste più fragili possono lasciare un’impronta.

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