"Ogni punto d'arrivo è un punto di partenza"

“Malavita” di Giankarim De Caro: la verità nuda di Palermo {libri}

“Malavita” di Giankarim De Caro è un romanzo breve ma intensissimo, un ritratto crudo e poetico di una Palermo ferita, vista attraverso gli occhi di donne invisibili, di anime ai margini che lottano, resistono, amano. Tra frasi che sembrano versi e dialoghi che odorano di verità, il libro ti scava dentro senza chiedere il permesso. Un racconto scomodo ma necessario, da leggere con il cuore aperto e il fiato sospeso.

Un brevissimo romanzo dalla copertina consumata è passato dalla tasca interna del mio nuovo zaino per le giornate fuori (quelle che preferisco di più e che aspetto ogni settimana) alla scrivania della mia stanza. È Malavita di Giankarim De Caro.

Non ricordo bene come è finito tra i romanzi che tenevo impilati uno sull’altro in un angolo della scrivania, ricordo solo le parole del mio ragazzo, mentre lo sfogliavo tra le mani e ne annusavo il profumo del suo passato: “devi leggerlo, è forte!”. E lo è stato davvero.

Malavita racconta la Palermo del dopoguerra

Sfogliarlo è stato semplice, ma passare da una frase alla successiva no: la scrittura di De Caro è poetica, sì, ma molto curda. Ginkarim non si mette comodo, non ti prende per mano, piuttosto ti spinge con entrambe le braccia, con tutta la forza che ha in corpo tra le sue parole, dentro la vita di una Palermo dura, quella degli anni del dopoguerra.

Tra miseria, bordelli, fame e rassegnazione, Malavita segue le storie di quattro donne: Lucia, Pipina, Provvidenza e Grazia. Non eroine, nemmeno sante, s’è per questo, ma vere, senza dubbio. Ed è in questo vero che, tra un’interlinea e l’altra, si respira disperazione, resistenza, sopravvivenza, la forza di chi si rialza, arrabbiata e storta, mi si rialza.

Palermo non mi è sembrata fare da sfondo, quanto piuttosto essere anch’essa protagonista. L’ho vista come una madre che ti accoglie, come una matrigna che ti tradisce, che ti mastica, amata anche se spezza vite.

I dialoghi sono così forti da far palesare davanti i miei occhi quelle persone, quei racconti, quella Palermo. Alcune di quelle frasi le ho lette con la voce di mia nonna, siciliana anche lei, e ho percepito così ancora più ruvido quel periodo di bombe, fame e paura.

Come quando ci si commuove per La vita è bella o Il bambino con il pigiama a righe, Schindler’s List o Niente di nuovo sul fronte occidentale, allo stesso modo questo romanzo ti fa provare una profonda gratitudine rispetto alla fortuna che si ha a vivere in determinati periodi storici e in determinati posti del mondo. E non si può, quindi, di conseguenza non provare rispetto per i personaggi, la storia, le parole scelte per raccontare questa storia.

Perché leggere Malavita

C’è qualcosa di sacro nel modo in cui De Caro racconta le donne: parlano anche quando non dicono nulla. Non è un romanzo leggero, fa male è vero, nel modo giusto – se c’è un modo giusto di far male. È una di quelle storie senza filtri che ti portano dove non vuoi andare, ma da cui non si torna nel modo in cui si è partiti.

Malavita va letto per ricordarci che la letteratura non è solo intrattenimento, ma memoria e responsabilità. A me ha lasciato malinconia, quello che geolocalizzazione tutto il vuoto intorno in un unico punto fisso davanti a te che guardi sperando di trovare risposte, una via di uscita.

Malavita è un rumore forte che arriva dal passato e dirompe nelle vite del presente, fischiando nelle orecchie, restando acufene.

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