Ogni volta che so che sta per uscire uno dei suoi romanzi finisco per fare il conto alla rovescia dei giorni e attenderlo come si attende di vedere sotto casa il corriere con il pacco che aspettavi. Seguo Carrisi dai suoi primissimi romanzi e ogni suo “figlio” partorito è sempre ben cullato tra le mie mani, sfogliato e amato.
Avrei voluto comprarlo subito, ma qualcuno mi ha preceduto, mettendomi La bugia dell’orchidea sotto l’albero di Natale. Dopo aver concluso il romanzo di Quello che possiamo sapere di Ian McEwan (libro scelto dal bookclub per il mese di dicembre), ho letteralmente divorato quello di Carrisi in una sola settimana.
Nei romanzi di Carrisi, l’ansia si infila tra le righe, un senso di inquietudine cresce senza farsi notare troppo per poi scatenare l’effetto domino. Pagina dopo pagina, hai la sensazione di rincorrere qualcosa che sta sfuggendo, nonostante tu ne abbia un’altra che sa che quella cosa è proprio lì, nascosta dietro un’ombra, una parola, uno sguardo. Anche La bugia dell’orchidea non ha fatto eccezione: mi ha catturata, trattenuta e fatto dimenticare il mondo fuori per un po’, talmente isolata da sobbalzare a ogni impercettibile rumore.
La bugia dell’orchidea è un thriller psicologico che indaga l’animo umano
I romanzi di Carrisi, quest’ultimo a maggior ragione, sanno indagare l’animo umano. Non solo dal punto di vista criminale, ma esistenziale, intimo, viscerale. I personaggi de La bugia dell’orchidea non sono mai soltanto ciò che sembrano. Hanno doppifondi, stanze chiuse a chiave, parole non dette che diventano trappole.
La storia si muove su più livelli: c’è un’indagine da risolvere, certo, il crimine, il buio, il male, ma c’è anche (e forse soprattutto) il tentativo di capire cosa sia reale e cosa no. Cos’è vero e cos’è bugia e cosa succede quando anche la verità diventa una costruzione fragile, qualcosa che può essere manipolata, raccontata, orchestrata. Come un’orchidea: bellissima, perfetta, ma figlia del controllo e non del caso.
La scrittura ipnotica di Carrisi
La scrittura è precisa, elegante, mai eccessiva. Ti porta dove vuole senza strattoni, ma con mano ferma. Non ti dà mai il tempo di riprendere fiato, non permette distrazioni, non chiede permesso: ti porta dentro.
Leggere La bugia dell’orchidea è stato come stare in apnea. Non tanto per la tensione – che pure c’è, costante – quanto per il bisogno di sapere, di capire, di arrivare fino in fondo, di vedere la figura intera dentro un puzzle che sembrava impossibile da ricomporre. E invece Carrisi ce la fa, di nuovo, senza sbavature.
Perché leggerlo?
Alla domanda “perché leggerlo?” che faccio sempre a ogni fine recensione, non so rispondere oggettivamente, perché Carrisi è tra i miei autori preferiti. Ma se dovessi non parlare col cuore e farlo solo con la mente direi che è da leggere perché è uno di quei thriller che non si limita a raccontare una storia di suspance e tensione, perché Carrisi le sue storie le costruisce come architetture perfette, con fondamenta solide e pareti che tremano sotto i colpi dei dubbi umani.
Ogni libro che scrive riesce a conservare la sua firma e allo stesso tempo a essere completamente nuovo.
La bugia dell’orchidea è il romanzo perfetto per chi ama le storie che tengono svegli fino a tardi, che ti fanno sottolineare frasi, tornare indietro, rileggere, chiederti se ti sei perso qualcosa. È per chi cerca un thriller intelligente, stratificato, emotivamente profondo. Per chi vuole lasciarsi sfidare, più che solo intrattenere. E per chi, ogni tanto, ha bisogno di ricordarsi che la verità, a volte, non è altro che una bugia ben raccontata.



