L’ho iniziato e, lo ammetto, per le prime cinquanta pagine mi sono chiesta più volte se io e questa storia potevamo andare d’accordo, se i personaggi mi avrebbero fatto capire qualcosa di quello che stava succedendo nelle loro vite. Non che non mi piacesse, anzi, McEwan scrive come pochi: preciso, elegante, pulito. Ma c’era qualcosa che non riuscivo a tenere in mano: forse il ritmo, forse la voce del protagonista, forse l’ambientazione a metà tra un passato alternativo e un futuro molto plausibile. Qualcuno, nel bookclub in cui è stato scelto come libro del mese, lo ha definito correttamente “roccioso”. Non riuscivo a capire dove stesse andando, a volte mi sono persa tra i paragrafi, per un attimo davvero ho creduto di non riuscire a comprenderlo, non ne capivo nemmeno la trama. Qualcun altro mi ha risposto: “tieni duro, ti piacerà”.
Così, ho aperto Quello che possiamo sapere di Ian McEwan
La prima cosa che mi ha colpito è stata la scrittura: calma, elegante, lucida, quella prosa di un artigiano della parola che sa farti sentire ogni tono, ogni pausa, ogni sfumatura. Il problema è che, all’inizio, la storia non ti entra subito addosso. Ci vuole tempo per orientarsi nella Londra del 2119, una terra in parte sommersa dal cambiamento climatico, in cui restano frammenti di conoscenza, archivi, biblioteche salvate, e nella mente di Thomas Metcalfe, il protagonista ossessionato dal cercare il poema perduto A Corona for Vivien.
Mi sono trovata a parlarne anche con persone esterne dal bookclub e con loro l’ho valutato “3 stelle su 5”, per dirla in termini di recensioni google. Grande rispetto per la qualità della scrittura e della formulazione dei pensieri, come dell’intera storia, ma la storia, almeno la prima parte, non è immediata, è complicata, intricata.
Riflessioni sul presente attraverso il futuro
La trama, apparentemente semplice, è in realtà stratificata e profonda. Thomas Metcalfe è un accademico di letteratura in un mondo post-catastrofe climatica, nato e cresciuto in un’epoca che ormai non esiste più. Il suo lavoro è passato e memoria; il suo desiderio è riportare alla luce un poema letto una volta, nel 2014, da un poeta famosissimo di cui si è persa ogni traccia.
“Cosa possiamo davvero sapere di ciò che è stato?” è la domanda sottintesa e mai detta a voce alta da nessun personaggio della storia, in ogni pagina di questo romanzo alla quale non dà mai una risposta. Sembra infatti che la verità svanisca sotto il peso dell’informazione, lì dove tutto è registrato, salvato, digitalizzato. E mentre è lì che la ricerca, la felicità, Metcalfe, si ritrova a decostruire miti, amori, amicizie e intrecci umani che il tempo ha reso fragili.
Non è un romanzo che ti coinvolge immediatamente emotivamente; è piuttosto un invito a pensare, lentamente, a interrogarsi su ciò che resta di un’epoca, di una parola, di una poesia, di un ricordo. La partita non è tra sentimenti travolgenti, ma tra ciò che rimane quando il mondo cambia davvero.
A Corona for Vivien è la similitudine di tutto ciò che dimentichiamo
La cosa che è mi piaciuta più di tutte di Quello che possiamo sapere è il suo lato introspettivo e come riesce a porre contemporaneamente una lente di ingrandimento su ciò che stiamo vivendo oggi. Ci mette infatti davanti alla questione di quanto poco conosciamo veramente gli altri, la storia e persino noi stessi, costruendo una riflessione su memoria, perdita, interpretazione e la fragilità delle verità ufficiali.
Cosa ci ho visto infatti del poema che Metcalfe ricerca non è solo un testo perduto, ma una similitudine. Metcalfe cerca un simbolo di ciò che perdiamo quando dimentichiamo, quando archiviamo senza sentire, quando crediamo di sapere troppo ma perdiamo l’essenza delle cose.
E quindi?
E quindi lo consiglio a chi ama romanzi che stimolano la mente, che costringono a guardare il mondo da prospettive lontane e per poi tornare alla quotidianità con domande in più. Unico appunto che mi sento di fare è sul coinvolgimento: non è immediato, ci vuole un po’ di pazienza per lasciarsi prendere dal ritmo della storia di McEwan.
Scritto benissimo, ambizioso e filosofico, merita rispetto se non immediata adorazione. Di certo mi ha lasciato con un grosso punto interrogativo sul volto: quanto di ciò che crediamo di sapere è davvero conoscibile?



