"Ogni punto d'arrivo è un punto di partenza"

2025 e bilancio di fine anno: tutte le cose che non abbiamo messo a budget

Il 2025 è stato un anno che ha mescolato chiusure e nuove aperture, cadute e rinascite, silenzi e consapevolezze. Un percorso di autoanalisi e guarigione, fatto di relazioni che si sono trasformate, ferite che hanno smesso di sanguinare e spazi interiori finalmente riconquistati. Un bilancio emotivo, sincero, imperfetto, ma profondamente autentico.

Alla fine di ogni anno, ci sono alcuni giorni che sanno prendermi e strizzarmi come un panno bagnato. Non come farebbe una lavatrice, lasciandolo solo umido e pronto ad asciugare, a centrifuga ultimata, ma come se fosse stato piuttosto a mollo dentro a una bacinella piena d’acqua per tanto tempo. E quindi asciugarsi è diverso, perché quando sono a mollo, le fibre degli indumenti si impregnano di acqua, in modo più intenso, tutto diventa più pesante e torcerli con le mani diventa difficile.

Questi ultimi giorni del 2025 hanno fatto proprio questo: hanno strizzato i miei pensieri, tutti i ricordi e tutte le emozioni e ora invece di mettermi fuori ad asciugare, resto qui ferma, davanti alla bacinella a guardarli galleggiare insieme alle gocce di questa vita fluida che siamo soliti scandire in secondi, minuti, ore, giorni, mesi, stagioni.

2025: il bilancio fuori dai fogli Excel

Se solo continuo a guardarli come sto facendo ora, pensieri, ricordi ed emozioni mi sembrano tante barchette di carta che girano in tondo, sapendo bene di “navigare” in uno spazio ristretto e senza meta. Io dall’altro lato li guardo un po’ assente ed estranea, un po’ presente e coinvolta.

Quest’anno è stato un anno di transizione, in cui un percorso importante – e necessario – della mia vita che mi ha portata a riconoscere la me che per due anni andavo a cercare dentro ai tramonti o nelle prime ore del mattino, dentro alle scarpe da corsa e tra le strade della mia città.

Fare i conti con se stessa e con le crepe

Riconosco i pensieri bui degli ultimi quattro/cinque mesi dall’anno precedente che si sono attaccati tutti insieme su gennaio, il senso di confusione e disorientamento. Il non riuscire a vedere una strada, un posto in cui sentirmi me stessa, che ho cercato, che ho faticato a vedere, un gennaio infinito e pesante che sembrava non passare mai. Rivedo la noia e l’angoscia di febbraio, la paura e la solitudine di marzo. Ho sentito il profumo di una seppur lenta rinascita di aprile, percepivo le sue note aromatiche di speranza, indipendenza.

Con un po’ d’acqua, dalle crepe germogliano i fiori

Se mi fermo a pensare ai mesi di questo anno di transizione, maggio ha il sapore di limone fresco, di sorrisi genuini, di attenzioni e premure, di crescita e scoperta, di “chi lo sa” e di “ma forse lo so”. Di freni a mano tirati su, ma di imbarazzi che dipingono le guance, di autostima e mani sugli occhi. E se guardo bene mi spoglio di ansie e pregiudizi, di paure e preoccupazioni, di schemi e congetture a giugno. Sì, a giugno mi sento libera, nuova. Mi scopro, mi guardo, mutata. A luglio mi vedo felice, accolgo genuinità, mi abbraccio e mi lascio abbracciare, a luglio ci credo, luglio è presenza, è sentire, vedere, ascoltare. Luglio è cose mai fatte prima e cose fatte per la prima volta, luglio è il mio per sempre. Agosto è stato sciogliermi e snodarmi come le cuffie annodate dentro alle tasche dei jeans. È stato tornare a credere in me stessa, riscrivermi, scrivere, ripescarmi a fondo.

2025: tra curve e rettilinei, più consapevolezza della strada e da chi lasciarsi accompagnare

Non è stato tutto bello, no, perché poi guardo settembre e guardo un altro anno che si è aggiunto ai precedenti. A nuovi timori e incertezze, la paura di non riuscire, di restare ferma, di non essere all’altezza, di non essere abbastanza, tutto incollato come con la vinavil a forza a ottobre e un po’ anche a novembre. Da anni invece non sentivo così profonda e presente l’aria del Natale, non tanto fuori, ma dentro. Le luci si sono accese tardi nella mia città, gli addobbi le hanno precedute di poco, ma dentro di me, era tutto pronto per sentirlo riempirmi di respiri di spensieratezza, gioia e gratitudine, seppur per pochissimi attimi, ma ti prego, Santa Claus, ti prego Babbo Natale, infondi un po’ di respiri gentili e di pace alla mia mente e al mio cuore, tregua al mio cervello sempre in movimento, sempre accelerato, dammi un attimo, fermati, rilassati. Mio cuore, alleggerisciti, pensa a te, seppur per poco, ma fallo, concediti il lusso di rallentare, di annoiarti, di stare con te stesso. Bastati per un attimo.

Ogni anno che si chiude porta con sé un’intera collezione di versioni di noi

Alcune le abbiamo amate, altre faremmo di tutto per dimenticarle. Ma ci appartengono tutte e in qualche modo ci tengono insieme. Ci sono persone che abbiamo perso e non torneranno più, legami che si sono sgretolati in silenzi che non abbiamo saputo riempire, amicizie che pensavamo indistruttibili e invece si sono incrinate senza fare rumore. Ma ci sono anche mani che sono rimaste strette, voci che ci hanno guidato nei giorni storti, nuove presenze che sembrano esserci da sempre. E tra tutte queste curve, ci siamo anche noi. Più fragili forse, ma anche più veri. Più stanchi, sì, ma con la pelle un po’ più spessa e il cuore un po’ più allenato a riconoscere quello che gli fa bene. E forse è proprio questa la scoperta più grande: che non serve bastarsi sempre, ma sapersi bastare, ogni tanto, è già un atto d’amore. Che l’unico modo per capire cosa vogliamo davvero dagli altri, è iniziare a chiederci — con onestà — cosa vogliamo da noi stessi. E da lì, forse, che ci guariamo e ricominciamo.

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